Il tema progettuale del “campus universitario” costituisce, da sempre, un territorio privilegiato di sperimentazione per i grandi studi di architettura. Ripercorrendo a ritroso la storia fino alla contemporaneità, vale la pena rievocare tre episodi architettonici che hanno segnato la cultura progettuale in questo ambito: il campus del MIT – Massachusetts Institute of Technology, con edifici firmati da Álvar Aalto, Eero Saarinen e Frank Gehry; l’Università Bocconi di Milano, con l’edificio delle Grafton Architects e il recente intervento di SANAA; fino al Kanagawa Institute of Technology di Tokyo, con i progetti di Junya Ishigami. Ma quale peculiarità riserva oggi la progettazione dei nuovi campus, chiamati a inserirsi in continuità con il passato e a confrontarsi con regole diverse rispetto a quelle delle architetture precedenti? Uno degli obiettivi più ricorrenti è quello di mettere in dialogo l’antico con il nuovo, generando una continuità tra le architetture storiche e le esigenze dettate dai nuovi regimi vincolistici. A questo fine emergono tre possibili approcci progettuali. Il primo si lega alla mimesi, intesa come valore di continuità figurativa, ovvero la ricostruzione dell’immagine originaria dell’edificio. Il secondo, di segno opposto, fa ricorso alla tecnica dello straniamento, ovvero la dislocazione semantica: la progettazione e l’inserimento di un’opera nuova che sovverte la funzione o il linguaggio tipico del contesto in cui si colloca. Il terzo approccio, infine, si concentra sulla continuità urbana piuttosto che figurativa: rinuncia all’oggetto autoreferenziale per rivolgere l’attenzione agli aspetti compositivi della città – gli spazi interstiziali, gli assi, le gerarchie – così da conferire maggiore definizione a piazze, percorsi di circolazione e punti di accesso. È...
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