In che modo uno studio crea la propria identità? Come si può individuare una potenzialità di successo in un settore così complesso come quello dell’architettura e del design? A Studio Barnes abbiamo sempre creduto che l’architettura di successo nasca da una narrazione, da intendere non come condizionamento ma come catalizzatore di sperimentazione e di espressione culturale. Nell’attuale momento storico ci stiamo rendendo conto che l’architettura viene spesso vista soltanto come un impegno puramente formale, economico o tecnico, un processo incentrato sulla materialità, sul valore immobiliare, sulla salute, sulla sicurezza e sul welfare.
Questa impostazione riduttiva tuttavia non coglie appieno il potenziale dell’architettura come disciplina umanistica. Nella sua espressione migliore e di maggior successo, l’architettura è un atto antropologico – un atto narrativo, un sistema di produzione culturale e una pratica di espressione culturale. L’architettura non è solo una manifestazione dello spazio fisico ma ha la capacità di trasmettere memoria, narrazione e identità. A rischio di apparire ripetitivo, considerata l’attuale situazione mondiale, la storia dell’architettura e le pratiche spaziali si sono di norma focalizzate sulle narrazioni dominanti.
I professionisti e le strutture che celebriamo hanno tendenzialmente favorito determinati territori, spesso trascurando le esperienze di vita e i contributi culturali delle comunità sottorappresentate. Dato questo presupposto, ci siamo fissati come obiettivo l’utilizzo dell’architettura come strumento narrativo in grado di integrare le storie nell’ambiente costruito, dare voce alle minoranze emarginate e fungere da archivio culturale.
In un mondo sempre più globalizzato ma frammentato, occorre urgentemente rivedere chi sono i destinatari dell’architettura, quali narrazioni veicola e su cosa si concentra. In questo editoriale vorrei esporre come l’approccio progettuale antropologico del nostro studio – che adotta l’architettura come strumento narrativo e analizza il rapporto tra rappresentazione culturale, produzione e conservazione – fornisca uno spunto di riflessione unico per parlare di architettura in modo concreto.

Adottare un approccio antropologico significa partire dalle persone, non da forme astratte né da precedenti stilistici ma dalla cultura, dai comportamenti e dal contesto. Storicamente, per esempio, il modello di partecipazione integrata denominato charrette è un processo puramente formale per dare l’impressione di un coinvolgimento della comunità. Le procedure etnografiche richiedono una conoscenza più profonda ed esaustiva delle persone e dei loro contesti, l’eliminazione dei pregiudizi e la capacità di ascoltare senza intervenire. Questo significa comprendere i rituali, le storie, i valori e le relazioni spaziali di una comunità prima ancora di disegnare. Vuol dire anche riconoscere che in molti casi il linguaggio usato per esprimere questi concetti potrebbe risultare intraducibile. Si tratta di un equilibrio delicato tra gergo architettonico e dignità umana. Se si valuta la capacità di comunicare sulla sola base del conseguimento di una laurea in architettura, tale approccio non avrà successo.
In questo processo l’architetto non è tanto un autore autonomo quanto piuttosto un etnografo, una figura che studia e concretizza le sfumature della vita quotidiana in forme costruite: un approccio che richiede umiltà e che agli architetti chiede di rinunciare ai linguaggi progettuali standardizzati a favore di processi profondamente locali, radicati e co-creati. Resiste alle imposizioni dall’alto, impone una destratificazione del potere e favorisce lo scambio reciproco.
Esistono molti modi per realizzare questo archivio di opere costruite e molte tipologie progettuali che soddisfano questi criteri. Il nostro studio opera su più scale, da interventi ed edifici site-specific a mobili e oggetti di piccole dimensioni ma anche parchi e aree di gioco. Attraverso processi progettuali guidati dalla comunità e un’estetica informata dalla cultura, l’architettura e il design diventano un mezzo per rivendicare uno spazio e adeguarlo alla percezione pubblica. Un edificio che, a detta delle autorità di conservazione storica, è privo di significato ornamentale ma che è comunque oggetto di venerazione locale può rievocare storie passate sotto silenzio; un padiglione può amplificare il patrimonio culturale attraverso l’iconografia e le palette di colori; un murale può accrescere l’orgoglio della comunità, consentendo ai visitatori di riconoscersi nell’opera.
Questo perché gli edifici non sono semplicemente contenitori di storie; sono essi stessi la narrazione. Parlano di potere, aspirazioni, esclusione, resilienza, risate, disperazione e assistenza. Attraverso la scelta dei materiali, la gerarchia spaziale, l’orientamento e le decorazioni, gli edifici comunicano valori e identità. L’architettura può essere leggibile come un racconto, simbolica come un dipinto e ritmica come la vostra playlist preferita per le pulizie del sabato mattina.

Seguendo questa filosofia, la progettazione per noi è un processo di scavo e reimmaginazione: quali storie sono state sepolte, cancellate o silenziate? Come può l’architettura renderle nuovamente manifeste? Attraverso il nostro lavoro cerchiamo di tradurre i modelli culturali e le storie delle comunità nere e brown in linguaggi spaziali che rendano omaggio al loro patrimonio guardando al futuro. Ci interessano in particolar modo le soglie, i portici, le strade e i cortili, quegli spazi informali in cui si svolge la vita quotidiana ma che spesso vengono trascurati dai canoni architettonici tradizionali. Per noi, questi spazi sono testimonianze, che possono essere lette, riscritte e valorizzate; per molti dei non-architetti con cui collaboriamo, questi spazi sono propri ma presenti ovunque e la particolarità del loro aspetto si può prestare a un uso speculativo. È qui che diventano di fondamentale importanza la sensibilità e le conoscenze che derivano dalla collaborazione con le comunità. L’impostazione basilare che continua a guidare il nostro lavoro è il rapporto tra rappresentazione culturale, produzione culturale e tutela della conservazione. La prima si interroga su quale elemento mettere in luce e su come farlo, la seconda a chi spetta creare e la terza che cosa si ritiene di dover salvare. Troppo spesso a queste domande rispondono istituzioni che non rappresentano l’identità delle comunità che affermano di sostenere.
In quest’ottica, la conservazione culturale non significa silenzio ma resilienza. Vuol dire progettare spazi che si adattano alla vita contemporanea pur rimanendo radicati nel passato storico. Uno dei nostri progetti chiave che illustra questo approccio è l’installazione temporanea Be Careful, I Always Am, che reinterpreta la “supergrafica” – ovvero grafiche decorative su larga scala – come mezzo per immortalare storie difficili. Questa opera in vinile era stata infatti installata sull’impalcatura che circondava la casa di Emmett Till e Mamie Till-Mobley (a Chicago, Illinois), la cui storia è impressa per sempre negli annali degli Stati Uniti ma tuttora sconosciuta a molti. Questo progetto ci ha consentito, in qualità di architetti incaricati della sua futura conversione in museo domestico, di commemorare delle figure importanti in un modo da poter ricordare l’eredità morale e la brutalità dell’accaduto. Inoltre questa installazione lasciava percepire quella che sarebbe stata la struttura futura.
Questo impegno nei confronti delle storie sottorappresentate ha influenzato anche il nostro contributo alla Biennale di Architettura di Venezia del 2023, curata da Lesley Lokko e dal titolo “Il laboratorio del futuro”, dove abbiamo presentato Griot, un termine che nella tradizione dell’Africa occidentale significa “cantastorie”. L’invito a partecipare a questa mostra influente ha rappresentato un momento importante, dal punto di vista sia personale sia simbolico. È stata un’opportunità per includere le narrazioni della diaspora africana in un dibattito globale, per dimostrare che l’architettura è in grado di mettere al centro la gioia, l’identità e la comunità in modi che sfidano i paradigmi tradizionali. Al centro della nostra proposta si ergeva un’imponente colonna in marmo Nero Marquinia che parlava di migrazione, identità e fatica. Attorno ad essa, una serie di disegni illustravano la frammentazione storica e culturale del Nordafrica a fronte dell’architettura classica italiana.
Siamo fermamente convinti che le storie sottorappresentate in architettura non siano di nicchia, ma, anzi, fondamentali. Questo impegno comune per ampliare gli standard dovrebbe essere oggetto di stima, ben accolto, non rifiutato. Quelle storie sono fondamentali per comprendere l’intero spettro dell’esperienza umana, eppure spesso sono ignorate o ritenute marginali. Perché? Perché sfidano le narrazioni dominanti. Esse ci chiedono di riconsiderare ciò che è “universale”, di sfatare il mito della neutralità in ambito progettuale e di riconoscere che tutta l’architettura è politica e che tutto lo spazio è ideologico. I conflitti globali relativi allo spazio evidenziano che dissentire su questo aspetto sarebbe prova di ottusità e ignoranza.

Il lavoro di Studio Barnes consiste, sotto diversi aspetti, nel tradurre questi rituali spaziali in linguaggi progettuali che possano essere compresi a livello locale e globale. Non vogliamo assumere un tono didattico, vogliamo che i nostri spazi suscitino emozioni, generino connessioni, offrano nuovi modi di guardare e di essere. Ciò è particolarmente importante in un momento in cui l’architettura deve rispondere non solo alle crisi climatiche ma anche a quelle sociali come la gentrificazione, il dislocamento e la vulnerabilità climatica.
Installazioni e mostre pubbliche come Ukhamba e Columnar Disorder ci hanno consentito di ampliare la nostra esperienza professionale a favore di un pubblico più vasto. Questi progetti utilizzano determinati elementi architettonici (archi, strutture intrecciate, colonne) non solo come forme ma come simboli che si rifanno all’architettura classica unicamente per rimaneggiarla, usando geometrie giocose e materiali inaspettati per ridefinire il significato di queste forme. È un modo per rivendicare un uso del linguaggio architettonico affermando che anche noi apparteniamo a queste narrazioni.
L’approccio antropologico richiede un alto livello di ascolto: interagiamo con i membri della comunità, gli artisti, gli anziani e i giovani, conduciamo ricerche sul campo, raccogliamo testimonianze orali e teniamo traccia delle economie informali. Tutto questo diventa parte del processo progettuale. L’obiettivo non è quello di imporsi ma di lavorare insieme, in quanto l’architettura, per noi, è un processo collaborativo. Un ottimo esempio di questo approccio è il nostro progetto per il quartiere West Settler a Delray Beach, una città con un passato da sundown town (una città che escludeva persone non bianche, N.d.T.) nel sud della Florida. Il committente, un’organizzazione non profit che lavora a fianco delle popolazioni vulnerabili, ha chiesto al nostro studio di trasformare una casa esistente in una caffetteria e di creare un padiglione con chioschi mobili, dato che molte delle attività commerciali locali lavorano in maniera informale. La nostra proposta ha previsto dei chioschi personalizzati, colorati, stravaganti e festosi, che richiamavano le origini dei bahamensi che diedero vita a quella comunità un secolo fa.
Perché abbiamo bisogno di più architetture che raccontino storie sottorappresentate? Perché l’ambiente costruito è uno specchio dei nostri valori, e l’esclusione di intere comunità da quel riflesso rappresenta la loro emarginazione. L’inclusione in ambito progettuale non riguarda solo chi può costruire, ma anche chi può sognare, rivedersi nello skyline della propria città, in un museo, in una piazza. Se vogliamo una società più equa, dobbiamo costruire spazi che riflettano la sua diversità.
Per quanto riguarda il futuro, siamo entusiasti di continuare a espandere la nostra attività a livello globale, pur restando profondamente legati alle narrazioni locali. Vogliamo continuare a sperimentare nuovi materiali, tecnologie e collaborazioni. Ma, soprattutto, vogliamo insistere a raccontare storie. Ci viene spesso chiesto cosa significhi il successo per Studio Barnes; per me, è quando qualcuno entra in una delle nostre installazioni e dice: «Mi sembra di essere a casa», o quando un bambino vede una nostra opera d’arte pubblica e dice: «Sembro io!». È in quei momenti che capisco che l’architettura ha fatto il suo lavoro, non solo come rifugio, ma come storia, come commemorazione, come eredità. Storie che sono state trascurate, storie che stanno emergendo, storie che meritano di occupare spazio. Perché, alla fine, l’architettura non riguarda solo gli edifici, ma le comunità. E ciascuna delle loro storie merita di essere guardata, ascoltata e costruita nel mondo.
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