C’è qualcosa di elegante nella semplicità del design circolare. È un concetto che applichiamo quotidianamente, riutilizzando i contenitori, dando nuova vita ai mobili, riciclando i vestiti. Nel settore edile, tuttavia, abbiamo da tempo adottato un modello lineare: estrarre, costruire, demolire, smaltire i rifiuti. Certamente ricicliamo, ma solo marginalmente; il nostro sistema, di base, continua a privilegiare il nuovo rispetto ai recuperi.
Perché non ci abbiamo pensato prima? In realtà, lo abbiamo fatto, solo che non abbiamo agito di conseguenza. Siamo abituati a fare le cose in un certo modo e la consuetudine ci ha reso inerti. Oggi, l’urgenza del cambiamento climatico, la scarsità delle risorse e l’aumento dei costi di costruzione richiedono un cambiamento radicale. Il design circolare non è più un concetto marginale, è diventato piuttosto un’esigenza strutturale.
Un’opportunità per gli ingegneri strutturisti
Come ingegnere strutturista, per me questa opportunità è motivo d’entusiasmo. Circa l’11-15% delle emissioni globali di carbonio proviene da materiali e processi edilizi – principalmente dalla produzione di calcestruzzo (composto da cemento) e acciaio –, rendendo la struttura degli edifici il principale responsabile delle emissioni di carbonio incorporate. Questo significa che come ingegneri strutturisti abbiamo l’opportunità di ridurre il carbonio incorporato, soprattutto quando riutilizziamo componenti esistenti, siano essi travi, colonne o fondamenta, in quanto così facendo è possibile portare l’impronta di carbonio incorporato quasi a zero.
Per molti versi, abbiamo già messo in pratica la circolarità tramite il riuso adattivo; abbiamo da secoli ristrutturato, riqualificato e ridato nuova vita agli edifici, ma il design circolare va oltre. Ci chiede non solo di pensare a preservare ciò che esiste, ma anche di progettare per un futuro smantellamento e riuso degli edifici, ovvero programmare una costruzione in modo che possa essere smontata e riassemblata in forme completamente nuove, come un set Lego.
È una sfida non solo tecnica ma anche culturale, che oltre a un cambiamento di mentalità – dallo status quo all’adattabilità, dal possesso a una gestione responsabile – richiede a tutte le figure coinvolte nel settore – ingegneri, architetti, developer, policy maker e produttori – di lavorare in modo concertato.
Da demolizione a smantellamento
Il passaggio dalla demolizione allo smantellamento è sia concettuale che pratico e sfida i principi stessi con cui progettiamo e costruiamo. In un’economia lineare, gli edifici sono progettati per un unico utilizzo, prestando poca attenzione a ciò che accadrà alla fine del loro ciclo di vita. In un’economia circolare, gli edifici sono progettati come banche di materiali, depositi di componenti di valore che possono essere recuperati, riutilizzati e ripensati.
Non è un concetto nuovo. Molti dei principi della progettazione circolare venivano adottati già secoli fa nell’antica Roma e nell’antico Egitto tramite il reimpiego di componenti edilizi come pietre, blocchi, colonne di marmo, ecc. provenienti da edifici in disuso. La novità è l’urgenza – e l’opportunità – di applicare questi principi su larga scala.
Lo stiamo vedendo in progetti in tutto il mondo. In Europa, città come Londra stanno aprendo la strada con politiche che favoriscono il riuso rispetto alla demolizione. Negli Stati Uniti, città come Portland, Palo Alto, San Antonio, Boulder e San Francisco stanno sperimentando ordinanze di decostruzione, e New York City sta creando un nuovo precedente grazie al progetto Science Park and Research Campus (SPARC) Kips Bay, in cui i principi del design circolare vengono applicati a un importante sviluppo pubblico.
Noi di Buro Happold sosteniamo da molti anni la progettazione circolare. Oggi stiamo assistendo a un vero e proprio slancio in questa direzione: a Los Angeles, il terminal Midfield Satellite Concourse South per l’Aeroporto Internazionale è un notevole esempio di costruzione modulare, infatti l’edificio è stato progettato per essere assemblato, smontato, spostato e riassemblato altrove – un modello di circolarità realizzata, non solo teorizzata; a Detroit abbiamo riutilizzato una sottostruttura dell’ex grande magazzino Hudson’s; altri esempi sono i progetti di riuso adattivo di edifici storici come la Book Tower, nella stessa città, e Tammany Hall a New York City. Oltre a dimostrare che l’approccio circolare può essere adottato a qualsiasi scala, dalle fondamenta alle facciate fino a interi complessi, questi progetti non sono solo prove di concetto, ma di possibilità.
SPARC e le linee guida di NYCEDC: un punto di svolta
Lo sviluppo più interessante sta forse avvenendo a New York City: SPARC Kips Bay, gestito dalla NYC Economic Development Corporation (NYCEDC), è il primo progetto pubblico negli Stati Uniti in cui, come esplicitamente richiesto dalla stessa NYCEDC, stiamo implementando principi della circolarità dalla demolizione alla costruzione.
Le line guida di NYCEDC per la progettazione e la costruzione circolari, di per sé un coraggioso passo avanti, prevedono che i progettisti conducano un audit completo degli edifici presenti sul sito in cui interverranno per creare un database dei componenti esistenti e che, durante la progettazione dei nuovi edifici, valutino la possibilità di riutilizzare i materiali considerando il loro intero ciclo di vita, incluso un futuro smantellamento. Non si tratta solo di sostenibilità, ma anche di resilienza, equità e valore a lungo termine. Questo punto di incontro tra enti pubblici, politiche e innovazioni progettuali è la chiave per promuovere insieme un cambiamento significativo nel settore dell’edilizia.
Sarah Sachs, socia dello studio Buro Happold e direttrice dell’area Mid-Atlantic, nonché responsabile del progetto SPARC, ha spiegato che «essendo uno dei primi progetti ad adottare le linee guida della NYCEDC, il team si è concentrato sull’implementazione di strategie rigenerative all’interno del piano SPARC al fine di promuovere un futuro resiliente e a basse emissioni di carbonio per l’ecosistema dell’hub delle Scienze della vita di New York».
Il design circolare mette in discussione la convinzione che gli edifici siano oggetti statici e finiti, invitandoci a considerarli come sistemi dinamici, insiemi di parti che possono trasformarsi, adattarsi e rinascere.
L’anello mancante: un database per il riutilizzo dei materiali
Uno dei fattori più importanti per la progettazione circolare è qualcosa di apparentemente semplice: l’informazione. In particolar modo, abbiamo bisogno di un database centralizzato, accessibile e dinamico dei materiali riutilizzabili.
Immaginiamoci un mercato digitale in cui l’acciaio strutturale, il legno, i pannelli di facciata e gli impianti provenienti da edifici demoliti vengono catalogati, testati e resi disponibili per nuovi progetti, trasformando i cantieri di demolizione in banche di risorse e consentendo ad architetti e ingegneri di progettare tenendo conto dei materiali disponibili senza ricorrere automaticamente a nuove risorse.
Al momento, questo tipo di sistema non esiste su larga scala. La filiera dei materiali di recupero è frammentaria, non chiara e inconsistente. Gli appaltatori spesso non sanno cosa è disponibile, i progettisti non sanno cosa è fattibile e i committenti non sanno cosa è possibile.
La creazione di un database strutturato per il riutilizzo dei materiali richiede la collaborazione di tutto il settore: i demolitori dovrebbero documentare e segnalare quali materiali vengono rimossi, le agenzie di collaudo dovrebbero certificare le prestazioni dei componenti di recupero, le piattaforme digitali dovrebbero aggregare e condividere questi dati in tempo reale e i progettisti dovrebbero integrare queste informazioni nei loro processi di lavoro sin dall’inizio.
Alcune prime azioni impegnative sono già in corso; tra queste, in Europa, la diffusione del passaporto dei materiali, ovvero una traccia digitale dell’origine, della composizione e del ciclo di vita degli elementi costruttivi; la tecnologia “blockchain” viene studiata come strumento per garantire la tracciabilità e l’affidabilità e, infine, sempre più start-up stanno costruendo piattaforme per collegare domanda e offerta dei materiali di recupero.
Questo, però, non è sufficiente. Abbiamo bisogno di investimenti pubblici, innovazione privata e supporto normativo, e dobbiamo considerare i dati sui materiali come un’infrastruttura, indispensabile quanto le strade, i servizi pubblici o la banda larga, perché altrimenti il design circolare rimarrà un’intenzione e non diventerà realtà.
Progettare per disassemblare
Il design circolare ovviamente non riguarda solo ciò che accade alla fine del ciclo di vita di un edificio, ma anche il modo in cui lo progettiamo dall’inizio. Progettare per disassemblare vuol dire pensare a come i componenti possono essere scomposti senza danneggiarli, utilizzare elementi di fissaggio meccanici anziché adesivi, sistemi modulari anziché monolitici e giunzioni reversibili anziché fisse; significa anche tenere traccia di come gli elementi si assemblano e si smontano.
Questo approccio offre nuove possibilità creative e consente agli edifici di evolversi nel tempo, di essere riconfigurati al mutare delle esigenze e di essere spostati anziché demoliti. Crea inoltre opportunità per nuovi modelli di business e nuove catene di approvvigionamento, come, per esempio, noleggiare i materiali anziché venderli, offrire programmi di restituzione o progettare edifici come piattaforme di servizi.
Allo stesso tempo richiede nuove competenze, nuovi strumenti e nuovi modi di pensare, in quanto sfida le convenzioni dei dettagli architettonici, dell’ingegneria strutturale e della sequenza delle fasi di costruzione, e un livello di lungimiranza e coordinamento che sta ancora emergendo nel settore.
Cambiare le politiche, i codici e l’approccio culturale
Uno dei più grandi ostacoli alla progettazione circolare non è di natura tecnica, ma normativa. I codici edilizi, le procedure per ottenere il permesso di costruire e i requisiti assicurativi sono spesso redatti sulla base di presupposti lineari, favoriscono materiali nuovi, prodotti standardizzati e metodi convenzionali, e raramente tengono conto delle prestazioni dei componenti di recupero o delle variabili del processo di smantellamento.
Per cambiare questa situazione, è necessaria una riforma normativa. Abbiamo bisogno di codici che riconoscano e premino il riuso, di procedure che supportino l’innovazione e di incentivi – finanziari, normativi e reputazionali – che rendano il design circolare la norma, anziché l’eccezione.
È necessario anche un cambiamento culturale. In molte aree del settore esiste tuttora una posizione di sfavore sui materiali di recupero che vengono visti in modo negativo, in quanto considerati pericolosi, di qualità inferiore o poco professionali. Dobbiamo cambiare questa narrativa e celebrare la bellezza, la storia e il carattere dei componenti di recupero raccontando le storie degli edifici che hanno vissuto molte vite e che proprio per questo motivo sono maggiormente apprezzabili.
Salute e trasparenza dei materiali
Il design circolare solleva un’altra questione fondamentale, la salute dei materiali. Quando li riutilizziamo e diamo loro nuova vita, dobbiamo anche assicurarci che siano sicuri, atossici e rispettosi dell’ambiente.
Questo è particolarmente importante nelle comunità che storicamente hanno subito le conseguenze più gravi dell’ingiustizia ambientale. Il design circolare, se realizzato con attenzione, può contribuire ad affrontare queste disuguaglianze diminuendo l’esposizione a sostanze nocive e riducendo i rifiuti nei quartieri vulnerabili.
Anche la trasparenza dei materiali è fondamentale. Il nostro studio, per esempio, ha stretto una collaborazione con Mindful Materials per promuovere il concetto di trasparenza nel settore delle costruzioni. Dobbiamo sapere qual è la composizione dei nostri materiali, come sono stati realizzati e quale potrebbe essere il loro impatto a lungo termine. È per questo che tali iniziative – come Mindful Materials, Healthy Materials Lab e Living Building Challenge – sono così importanti, poiché forniscono un quadro di riferimento per valutare e divulgare informazioni relative alla salute dei materiali e per integrarle nelle decisioni progettuali.
In un’economia circolare, la trasparenza non è una condizione accessoria, ma ne è la base.
Un appello al coraggio e alla creatività
In conclusione, il design circolare è una questione di coraggio e creatività. Ci chiede di superare le convenzioni, di mettere in discussione i preconcetti e di immaginare nuove possibilità. Non è solo una sfida tecnica, ma anche culturale.
Noi ingegneri e architetti siamo i custodi dell’ambiente costruito. Abbiamo la responsabilità di progettare non solo per il mondo di oggi, ma anche per un domani e per le generazioni che erediteranno ciò che costruiamo. Il design circolare ci fornisce un quadro operativo per applicarlo; non è una moda, ma un ritorno al senso pratico.
Ed è anche un ritorno all’entusiasmo. C’è qualcosa di profondamente soddisfacente nel progettare un edificio che può trasformarsi, adattarsi e vivere molte vite; c’è qualcosa di poetico nel vedere una trave di un progetto diventare la spina dorsale di un altro; c’è qualcosa di potente nel sapere che il nostro lavoro può essere rigenerativo, non estrattivo.
Considerazione finale
Ciò che in questo momento mi entusiasma di più è il fatto che stiamo finalmente allineando i nostri valori alle nostre azioni: il design circolare non è più un ideale lontano, ma sta diventando realtà – nei cantieri, nei municipi e sui tavoli di progettazione. E siamo solo all’inizio. Abbiamo gli strumenti, abbiamo le conoscenze; ciò che ci serve ora è la volontà. Ricostruiamo il futuro: una trave, un edificio, un’idea audace alla volta.
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