A partire dai primi anni del Novecento, numerosi sono stati i tentativi di mettere in luce i principi e la poetica dell’architettura rurale italiana, valorizzandone i contenuti culturali e cercando di inserirla in un contesto di più ampio respiro internazionale. Giuseppe Pagano, negli anni Trenta, è tra i primi a occuparsene in modo sistematico, curando la mostra e il volume Architettura rurale italiana (1936) per la Triennale di Milano, un lavoro che raccoglie centinaia di fotografie di edifici rurali. Alcuni decenni dopo, Bruno Zevi, nel saggio Architectura in nuce (1960) ricorda come “nell’indagine sull’architettura minore si sono scoperti numerosi edifici di anonimo autore, case rurali, capanne di pastori, granai, rifugi montani, che hanno effettiva validità artistica”. Poco tempo dopo, alcune di queste architetture oltrepassano i confini nazionali, arrivando fino alla mostra “Architecture Without Architects”, curata da Bernard Rudofsky al MoMa di New York, che contribuisce a consolidarne il riconoscimento internazionale. Oggi l’attenzione verso l’architettura minore si rinnova, riscoprendo la tradizione costruttiva italiana ma restituendone un’immagine trasfigurata. Un esempio significativo è rappresentato dalla nuova sede della Fondazione Caterina Dallara a Varano de’ Melegari (Parma), progettata da Atelier(s) Alfonso Femia. L’intervento prende avvio proprio da una ricerca sul costruito rurale locale. Lungo la strada provinciale che attraversa il paese e costeggia la Dallara Automobili, si trovava un vecchio fienile dismesso, tipico del paesaggio agricolo emiliano. La nuova sede della Fondazione sostituisce l’antico fienile ed è realizzata nel pieno rispetto del sedime e della volumetria originari.
È nella sezione architettonica, intesa come strumento di rappresentazione e dispositivo narrativo, che il progetto...
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Nell’editoriale “Il vernacolare come approccio progettuale” Sumayya Vally parla dell'architettura vernacolare...
Edificio residenziale “Frame 122”
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