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Il vernacolare come approccio progettuale

Sumayya Vally

Il vernacolare come approccio progettuale
Scritto da Sumayya Vally -

Troppo spesso l’architettura vernacolare viene interpretata erroneamente come un residuo del passato rurale, legato al folklore o alla nostalgia. Le architetture legate ad altri modi di essere spesso ci insegnano ad ascoltare, tracciare percorsi e prendere come spunto creativo i ritmi di luoghi e di modi di vivere differenti.

Forme di conoscenza diverse offrono un’alternativa al modello di progettazione urbana attuale caratterizzato dalla cancellazione, dalla velocità e dalla spettacolarizzazione. È l’architettura della quotidianità, plasmata dall’intuizione, dalle stagioni, dall’adattamento, dal clima e dalla memoria collettiva, che resiste all’omologazione e si concretizza in luoghi interstiziali – nelle economie agili e informali, nelle strutture temporanee, nei modi rituali di riunirsi, sedersi, fare affari, ripararsi e festeggiare.

Serpentine Pavilion presso i Kensington Gardens, Londra, Regno Unito, 2021 © Iwan Baan, courtesy Counterspace

L’architettura vernacolare non intende idealizzare il passato ma riconoscere che il “vernacolare” è vivo. Non è qualcosa di statico. Anzi, si evolve attraverso l’uso, il tempo e le necessità. Ci insegna che l’architettura non riguarda soltanto gli edifici ma anche le relazioni – tra corpo e strada, tra materia e significato, tra passato e futuro.

Nel contesto urbano, le pratiche vernacolari possono diventare strumenti di ricerca, in quanto tracciano il modo in cui le informazioni vivono nei gesti e nelle abitudini, nei profumi e nei suoni, nelle texture. Tutto ciò può trasformare la nostra pratica progettuale in un atto comunitario, che emerge ascoltando con attenzione, scoprendo storie e racconti e costruendo sulla base di ciò che già esiste. Inserire il vernacolare nella città significa avere fiducia nella saggezza delle comunità, pensare all’improvvisazione non come un limite ma come un’opportunità, onorare le architetture invisibili che ci supportano. Non si tratta di estetica ma di etica.

Quando sono stata invitata a progettare il Serpentine Pavilion nel 2021, non volevo proporre una forma ma un metodo, un metodo di ascolto, di riflessione, di memoria. Sono sempre stata affascinata dalle architetture che non finiscono negli archivi, ma che si tramandano di mano in mano, che fanno parte dei rituali quotidiani, che si conservano nei modi in cui le persone si riuniscono, cucinano, piangono e fanno musica; quello che si potrebbe definire vernacolare. Tuttavia, per me questo termine non rappresenta uno stile o una forma di nostalgia. Per me si tratta di un’etica, di un adattamento al luogo, di uno sguardo attento alla preesistenza e al lavoro di chi ha già costruito, molto prima che noi arrivassimo con i disegni.

Per questo progetto sono andata alla ricerca di spazi significativi all’interno delle comunità diasporiche e sfollate di Londra. Luoghi nati per necessità, sostegno e solidarietà; luoghi – librerie locali, mercati informali, moschee e sale per il culto, cooperative e centri culturali – che sono spesso temporanei, che non compaiono sulla mappa ufficiale della città, ma che sono essenziali. Si trattava di situazioni di transizione, frammenti raccolti come prova di qualcosa che è esistito ed esiste tuttora, spesso non registrati negli archivi ufficiali. Li ho visitati, mi sono seduta al loro interno, ho ascoltato. E da queste testimonianze ha iniziato a prendere forma il padiglione. In questo modo si è creata una nuova tipologia di architettura vernacolare, nata non da una tradizione statica ma dal movimento, dalla dislocazione e dalla resistenza.

Serpentine Pavilion presso i Kensington Gardens, Londra, Regno Unito, 2021 © Iwan Baan, courtesy Counterspace

L’insieme del progetto è sempre stato concepito come una composizione di frammenti e doveva rispecchiare il modo in cui occupiamo uno spazio collettivamente. Il padiglione principale doveva essere realizzato nei Kensington Gardens, mentre altri spazi dislocati in tutta la città, a Brixton, a Peckham, a Barking; poiché il centro non è mai un unico luogo. E l’architettura per me non inizia dall’edificio ma dal corpo, dal linguaggio, dalla storia. La logica diasporica del padiglione rappresentava una ridefinizione del concetto di vernacolare in un contesto urbano: e se l’idea di “vernacolare” non fosse legata a un singolo luogo ma al modo attraverso il quale le persone ricordano, si riuniscono e vivono uno spazio?

Nel padiglione sono state presentate le architetture degli immigrati neri e brown di Londra che hanno a lungo dato forma al tessuto urbano sociale e spaziale della città, non con dei masterplan ma attraverso l’improvvisazione, la migrazione, la resistenza. La sua forma invitava i visitatori a sedersi, parlare, mangiare, pregare e ricordare. In questo modo lo spazio si è attivato mediante l’utilizzo, senza ostentazioni. Il Serpentine Pavilion, quindi, non era tanto un oggetto finito quanto una proposta, un passo verso un altro modo di costruire che rivolge l’attenzione ai margini della società e riconosce che le architetture più potenti sono spesso le più effimere.

Troppo spesso le strutture e i metodi che ereditiamo dalla pratica architettonica sono atti di rimozione; appiattiscono e cancellano. Io volevo offrire qualcosa di diverso: un metodo di lavoro in cui si presta ascolto prima di disegnare, una pratica che racchiude in uno spazio non solo le persone ma anche le loro storie e i loro futuri.

Cosa potrebbe diventare l’architettura se usassimo il vernacolare come strumento per costruire il futuro?

 

Il vernacolare come ponte tra passato, presente e futuro

Per la Biennale d’Arte Islamica del 2023 a Gedda, il cui tema era Awwal Bait (La prima casa), volevo rendere omaggio ai significati stratificati del termine “casa” nell’Islam, dalla sacralità della Kaaba agli spazi quotidiani dedicati alla preghiera, agli incontri e alla memoria. Per me il vernacolare non riguarda solo l’estetica o i materiali, ma anche le esperienze vissute, il linguaggio del rituale e le storie collettive che ereditiamo e reinterpretiamo.

Biennale delle Arti Islamiche, 2023, Gedda, Arabia Saudita - Anywhere can be a place of worship, syn architects © Laurian Ghinitoiu, courtesy dell’autore

Sono sempre stata convinta che l’arte islamica non possa essere ridotta a uno stile o a un’epoca particolare e questa Biennale mi ha dato l’opportunità di approfondire questo aspetto. È una tradizione vissuta, plasmata dalla geografia, dall’ecologia, dai mutamenti e dalla memoria. La Biennale ha ospitato oltre 60 opere contemporanee e 280 reperti storici, creando un dialogo tra epoche. Artisti come Igshaan Adams, che ha trasformato tappeti da preghiera usati in paesaggi intessuti di devozione, hanno dimostrato che la sfera spirituale può trovare spazio nella quotidianità e che i ricordi spesso sono innestati nelle texture dei luoghi che più ci sono familiari.

Nell’installazione sonora Cosmic Breath di Joe Namy, 18 altoparlanti disposti a semicerchio riproducevano le chiamate alla preghiera islamiche (adhan) di diverse epoche e parti del mondo, tra cui la prima registrazione conosciuta risalente al tardo XIX secolo dalla Sacra Moschea della Mecca, oltre ad altre provenienti da Kaga in Giappone, da Tbilisi in Georgia, da Durban in Sudamerica e dal Michigan negli Stati Uniti. Questa molteplicità di voci, dialetti e ambienti sonori ha sottolineato l’universalità e l’adattabilità delle pratiche islamiche in diverse culture e in diversi luoghi nel mondo. Registrando le adhan in ambienti quotidiani – per esempio una stazione di servizio a Giacarta e un negozio a Città del Capo – Namy ha dimostrato che i rituali sacri pervadono la vita quotidiana, trascendendo i confini degli spazi religiosi ufficiali. Le registrazioni, sincronizzate ma distinte, creano un ritmo ondeggiante che a sua volta rispecchia il ciclo continuo della preghiera nei diversi fusi orari. Questo intreccio sonoro ha reso omaggio alla profondità storica delle pratiche islamiche, invitando a riflettere sulla loro rilevanza contemporanea e sulle loro traiettorie future. In Cosmic Breath, il vernacolare diventa uno strumento potente per creare un’unione tra sacro e quotidiano.

Con l’installazione anywhere can be a place of worship, costruita con rami di palme locali a riprodurre un musallah, lo studio syn architects ha voluto riprodurre la semplicità dei primi spazi di preghiera del Profeta. Il progetto ha confermato la mia convinzione che la sacralità non richieda monumentalità ma solo intenzionalità, senso di comunità e attenzione. Ogni giorno si effettuava una manutenzione di base – il terreno veniva rastrellato e la terra di cui erano fatte le pareti ricompattata; senza queste operazioni la struttura sarebbe scomparsa completamente nel tempo, mentre con la loro reiterazione l’identità del musallah come spazio civico rimaneva intatta. Queste architetture formate da gesti radicati nel vernacolare ci sfidano a ripensare il senso di permanenza e la tradizione dal punto di vista dell’accessibilità e della sensibilità ecologica.

Biennale delle Arti Islamiche, 2023, Gedda, Arabia Saudita - Sun Path, Rajab to Shawwal 1444, Civil Architecture © Ali Karimi, courtesy dell’autore

Mi ha particolarmente colpito anche l’installazione Sun Path, Rajab to Shawwal 1444 di Civil Architecture, che riproponeva la meridiana tradizionale delle moschee, uno strumento vernacolare che storicamente allinea le preghiere quotidiane con il movimento del sole. Attraverso gli oculi della tettoia del terminal Hajj la luce veniva direzionata verso linee ben definite che rappresentavano le ore, i mesi e le stagioni, creando un calendario “vivente” che collegava i visitatori ai ritmi celesti e ai momenti significativi della storia dell’Islam. Questa opera dimostrava come le pratiche vernacolari, radicate nelle tradizioni e negli usi locali, possono colmare i divari temporali. Attingendo al linguaggio architettonico del terminal Hajj e all’antica pratica di misurazione del tempo solare, Sun Path è diventato uno spazio contemplativo che rende omaggio al passato e al tempo stesso interagisce con il presente, invitando inoltre i visitatori a riflettere su come i sistemi di conoscenza tradizionali possano relazionarsi con le espressioni contemporanee di fede e comunità. Attraverso installazioni di questo tipo, analizziamo il potenziale delle pratiche vernacolari per creare un dialogo tra storia, spiritualità e modernità. Sun Path testimonia la rilevanza perdurante del sapere autoctono e della sua capacità di ispirare le narrazioni future dell’arte e dell’architettura islamica.

Oltre a celebrare l’arte islamica, il mio obiettivo come curatrice di questa Biennale era anche quello di ampliarne i contenuti. Volevo creare una piattaforma per lo sviluppo della pluralità, in cui le nostre espressioni culturali fossero in continua evoluzione e non congelate nel tempo. Questo processo, per me, avviene nel vernacolare: negli spazi che costruiamo, nelle storie che raccontiamo e nei futuri che immaginiamo insieme.

 

Il vernacolare come memoria vivente

Nel corso delle mie ricerche per il progetto del ponte Asiat-Darse a Vilvoorde, in Belgio, abbiamo scoperto la storia di Paul Panda Farnana, una delle figure più importanti, ma più trascurate della città e del Belgio in generale, che testimonia il complesso rapporto con il Congo. Abbiamo quindi deciso di impostare il progetto partendo da questa interessante eredità rimasta sconosciuta.

Farnana, primo congolese a conseguire una laurea in Belgio, era un agronomo, un pensatore, un soldato e soprattutto un convinto sostenitore del panafricanismo e della liberazione degli oppressi. La sua trascurata eredità è diventata un punto di riferimento narrativo e spaziale per il progetto. Non eravamo interessati tanto alla forma in sé quanto a ciò che essa poteva contenere: quali storie potevano essere raccolte qui, quali assenze potevano essere rilevate, quali futuri essere perseguiti?

Come nel caso del Serpentine Pavilion, il vernacolare mi è nuovamente venuto in aiuto, questa volta come metodo di composizione dei vari frammenti. È un modo di procedere che inizia dall’ascolto – dai ricordi, dagli spostamenti, da ciò che è stato reso invisibile. Non tratto il ponte come un semplice collegamento tra sponde verdi, ma come una soglia, un luogo di passaggio, di presa d’atto degli errori del passato; uno spazio in cui l’eredità coloniale incontra il potenziale della memoria collettiva.

Ponte Asiat-Darse, Vilvoorde, Belgio, in corso, render Courtesy Counterspace

La forma è ispirata alle architetture acquatiche del fiume Congo, una sequenza di eleganti piroghe disposte l’una accanto all’altra che fungono da luogo di incontro e di commercio. Lungo le rive del fiume verranno aggiunte strutture nautiche secondarie che estenderanno la “forma” del ponte a un ecosistema più ampio. Attraverso laboratori, conversazioni e ricerche sullo spazio, avviamo collaborazioni per dare vita a un nuovo tipo di opera commemorativa, che non riduca il passato a un’unica narrazione ma consenta di percepirlo, di ascoltarlo e di viverlo.

La seconda fase del progetto per il ponte approfondisce il rapporto con il paesaggio, il patrimonio e la comunità, passando dalla piantumazione iniziale alla costruzione, un processo basato sulla sperimentazione, sulla conoscenza e sul ricordo. Qui vengono introdotte e testate nuove tecnologie paesaggistiche come l’inserimento di una pavimentazione riciclata e di materiali edili di scarto nei substrati del suolo, offrendo un approccio innovativo all’agricoltura rigenerativa e contribuendo alle strategie di ripristino ecologico urbano. Il ponte diventa così una piattaforma per la sperimentazione materiale ed ecologica; non solo un connettore di luoghi, ma anche un sito di ricerca e trasformazione.

Ponte Asiat-Darse, Vilvoorde, Belgio, in corso, render Courtesy Counterspace

Il progetto riconferma il paesaggio quale spazio plasmato dalla memoria e dalla resistenza, onorando l’eredità di Farnana, la cui presenza intrecciata nella struttura concettuale e fisica del ponte sfida le narrazioni storiche dominanti proponendo una lettura poliedrica e corretta del sito. Il suo lavoro come agronomo e il suo impegno nella condivisione del sapere sono alla base delle ambizioni partecipative di questa fase: creare uno spazio in cui l’apprendimento sia condiviso e il patrimonio non solo conservato ma attivato.

Lavorare con il vernacolare, in questo contesto, significa considerare l’architettura un esercizio di memoria, vedere lo spazio non come neutro ma come un elemento costantemente messo in discussione, contrassegnato da chi ha avuto la possibilità di restare, parlare, costruire. Questa tematica risulta urgente da affrontare specialmente in Belgio, dove il colonialismo viene raramente riconosciuto come tale nel mondo costruito. Quale valore aggiunto comporterebbe, per un ponte, trasportare non solo persone ma anche ricordi? E se la sua struttura contenesse storie sepolte che potrebbero essere restituite al pubblico, lentamente e in frammenti, nel corso del tempo? In questo modo, il Ponte Asiat-Darse si trasforma in qualcosa di più di un’infrastruttura; diventa un contenitore, un archivio comune, un elemento vernacolare simbolo del rifiuto e di un pensiero anticonformista.

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