Da tempo l’edilizia residenziale negli Stati Uniti dipende dalla disponibilità e dalla distribuzione del legno. Dalle capanne dei primi colonizzatori e dalle belle fattorie del New England di epoche passate alle ripetitive case unifamiliari che proliferarono durante la rapida fase di espansione delle periferie dopo la Seconda guerra mondiale, le abitazioni – e la rappresentazione televisiva della vita domestica americana – devono molto alle tecniche di forestazione e produzione del legno, alla fabbricazione dei componenti edilizi e al modo in cui vengono impiegati con profitto nei cantieri.
Eppure il Modernismo – o Stile internazionale, come venne promulgato da una potente élite culturale – nei settori più all’avanguardia venne associato all’industrializzazione e all’innovazione dei processi meccanici; così, Richard Neutra cominciò a dipingere le sue leggere strutture in legno in colore argento per farle sembrare di metallo e persino Frank Lloyd Wright, promotore dell’architettura organica, spesso limitò l’uso del legno alle finestrature, ai soffitti, ai mobili e ad altri componenti secondari, costruendo le sue case in pietra grezza o calcestruzzo pigmentato per integrarle armoniosamente nel paesaggio circostante.
Furono infine gli architetti degli anni Sessanta a mettere in discussione la spettacolarità e la progettazione dall’alto verso il basso tipiche della fase avanzata del Modernismo. Con la casa per sua madre a Filadelfia, Robert Venturi introdusse un linguaggio vernacolare più vivace e complesso e più tardi, con Denise Scott Brown, portò avanti uno studio per la rivalutazione dei sobborghi del dopoguerra, come per esempio Levittown. In California, Charles Moore e i suoi colleghi dello studio MLTW tradussero lo stile dei capanni e dei fienili locali in strutture lineari e su misura, come nel rinomato...
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