Francesco Venezia è uno dei più sensibili architetti italiani; sensibile e acuto anche come docente. Il suo corso, che corrispondeva alla progettazione al primo anno, aveva come tema l’ampliamento di un’architettura iconica del moderno: dunque di capolavori come quelli di Le Corbusier, Mies, Aalto, Gardella, Rossi o Siza. Era, quello di Venezia, un corso molto istruttivo, oserei affermare un corso del tutto italiano. Per gli italiani, si sa, la forma è sempre un qualcosa che ha come il dovere di relazionarsi a un contesto, fisico o storico che esso sia. È un errore comune quello di credere che gli italiani inventino da zero. Essi non sono molto portati all’invenzione come viene oggi intesa; per loro invenzione vuol dire rielaborazione, riconfigurazione, riconnessione. Ciò spiega perché si trovino a loro agio quando devono operare nei centri storici o con edifici di valore storico. La letteratura a riguardo in Italia è molto ricca e non a caso uno degli architetti italiani attualmente più dotati, Cino Zucchi, chiamato una decina di anni fa a curare il Padiglione italiano alla Biennale di Architettura, ha scelto come tema quello dell’innesto, del grafting. L’innesto di un edificio o di una parte di edificio su una preesistenza è uno dei temi per così dire preferiti dalla cultura architettonica italiana, come per altro lo è quello dell’adiacenza, del costruire in adiacenza. D’altronde i centri storici italiani altro non sono che una sommatoria nei secoli di innesti e di adiacenze, alle volte talmente stratificati da far scomparire quasi del tutto il sedime originario. Innesti e adiacenze che non sono perenni; può infatti accadere che alle volte l’azione di un singolo, come è accaduto nel Rinascimento, cancelli di colpo queste tracce per imporre una nuova regola il cui destino spesso è quello di essere a sua volta...
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