Il testo che segue è, prima di tutto, un invito a riflettere sull’abitare contemporaneo, a fermarsi e chiedersi quali problematiche vogliamo realmente affrontare quando progettiamo le città. Cosa stiamo progettando? Per chi? A quale scopo? Dove e con quale obiettivo? Quali valori stiamo promuovendo oggi attraverso l’architettura? Si tratta di domande fondamentali, quasi elementari. Eppure, quando non riusciamo a porle con chiarezza, le città vengono snaturate e si trasformano in palcoscenici volti a soddisfare i desideri di pochi, piuttosto che in spazi pertinenti, responsabili e collettivamente sostenibili.

Un’urbanizzazione ideale: camminare, vivere insieme, appartenere
Immaginare oggi un’urbanizzazione ideale non significa progettare una città perfetta o formulare un modello di sistema chiuso. Significa ricorrere ad alcune condizioni fondamentali dell’abitare che, sebbene ben note, sono state progressivamente sostituite da logiche basate sulla crescita rapida, sulla specializzazione funzionale e sul profitto immediato.
Una città auspicabile è quella che può essere vissuta a piedi, non come approccio romantico, ma come condizione strutturale. Camminare ci permette di leggere il territorio, riconoscere le proporzioni, stringere legami quotidiani e costruire un rapporto fisico con ciò che ci circonda. Una città pedonale non è solo più salubre, ma anche più democratica, perché riduce le dipendenze, i costi e le barriere di accesso.
Ogni giorno mi reco a piedi da casa al mio studio a Laguna, Santa Catarina, in Brasile; sono esattamente 480 passi. Il percorso è sempre il medesimo, ma non è mai identico. Quando esco, le vicine dall’altra parte della strada – madre e figlia – mi offrono un caloroso e ormai indispensabile “buongiorno”. Pochi metri più avanti, girando l’angolo, imbocco una strada stretta, lunga quasi 200 metri: quando soffia il vento da nord-est, è lì che lo si avverte subito. Più avanti percorro una via commerciale, dove tra negozi, personaggi familiari, uno studente che conosco, si scambiano sorrisi. Ogni tanto, la mattina, si sentono le campane della chiesa che segnano il passare delle ore. Prima di arrivare allo studio passo davanti a tre piccoli negozi di abbigliamento dove si ripete lo stesso gesto quotidiano: un breve saluto, condiviso. Questo percorso quotidiano non è solo funzionale; è un modo di abitare la città, di costruire un senso di appartenenza, anche attraverso minimi rapporti, momenti condivisi: una dimensione umana, che non rientra preventivamente in un progetto. Sono questi gesti apparentemente semplici che evidenziano la vera responsabilità dell’architettura e dell’urbanistica.
Questa città non è organizzata attraverso una rigida suddivisione in zone, ma si caratterizza per eterogeneità e prossimità. Vivere, studiare, lavorare, riposare e incontrarsi non avvengono in compartimenti stagni, ma all’interno di un sistema complesso in cui le destinazioni d’uso si sovrappongono e si arricchiscono a vicenda. La complessità urbana, invece di costituire un problema, è ciò che consente la formazione di un ecosistema dinamico in grado di adattarsi ai cambiamenti sociali, economici e climatici. Il contatto quotidiano con la natura fa parte di questa equazione: alberi che forniscono ombra, vento che soffia tra le strade, terreno permeabile, corsi d’acqua visibili, vegetazione intesa non come decorazione ma come infrastruttura ambientale. Questi elementi non sono complementi estetici ma componenti essenziali del comfort, della salute e della percezione del benessere urbano.
Abitare una città come questa significa accettare che il comfort non può essere imposto in modo uniforme, in quanto si relaziona con il clima, il tempo e il corpo. Significa progettare partendo dal luogo, piuttosto che da standard astratti. E soprattutto significa comprendere che la qualità urbana non si misura solo attraverso indicatori economici, ma attraverso la capacità di sostenere una vita quotidiana diversificata.
Questo ideale urbano – complesso, pedonale, diversificato e sensibile all’ambiente circostante – non è un’utopia lontana. Esiste, in modo frammentario, in molte città. Il problema non è che è irrealizzabile, ma che risulta costantemente subordinato a modelli che privilegiano il profitto rispetto all’abitabilità.

Quando il mercato cessa di produrre città: la crisi globale degli alloggi per i giovani
La crisi degli alloggi per i giovani è diventata uno dei fenomeni urbani più diffusi e persistenti del nostro tempo. Nelle città grandi e piccole, in Paesi con economie diverse, gli studenti e i giovani lavoratori incontrano sempre più difficoltà nell’ottenere alloggi dignitosi, in una buona posizione e a prezzi accessibili. Il problema non si limita al costo. Riguarda anche la qualità degli spazi, la stabilità dei contratti e la possibilità di immaginare un uso a medio termine. L’alloggio, che dovrebbe fungere da piattaforma per lo studio, il lavoro e il conseguimento di un’autonomia, diventa un fattore permanente di precarietà.
Una delle motivazioni addotte per questa situazione è la mancanza di offerta. Tuttavia, i dati rivelano una realtà più complessa e contraddittoria. Mai come negli ultimi decenni si è costruito così tanto, eppure mai come ora così tanti metri quadrati restano vuoti o sottoutilizzati. Interi edifici rimangono vacanti, detenuti come asset finanziari in attesa di una futura rivalutazione che non sempre arriva. Gli alloggi cessano così di svolgere il proprio ruolo urbano e sociale e diventano uno strumento speculativo. Il risultato è doppiamente problematico: da un lato, chi ha bisogno di abitare la città viene allontanato; dall’altro, il tessuto urbano stesso ne è indebolito. Centri storici vuoti, quartieri monofunzionali e una crescente segregazione spaziale sono tra le conseguenze visibili di questo modello.
Per i giovani, l’impatto è particolarmente grave. L’impossibilità di accedere ad alloggi adeguati ritarda l’autonomia, limita le opportunità formative e professionali e accentua le disuguaglianze. La città, invece di essere un luogo di opportunità, diventa un territorio ostile. In una recente conversazione con alcuni studenti, un altro episodio ha reso dolorosamente evidente questa tensione. Alcuni di loro avevano trovato lavoro a Laguna dopo aver terminato gli studi, un’occasione importante in un contesto lavorativo incerto. Tuttavia non potevano accettarlo. In estate non avevano un posto dove andare a stare. La città che offriva loro un impiego non offriva loro la permanenza e gli alloggi disponibili erano assorbiti da logiche di natura turistica e stagionale, trasformando una possibilità concreta in una rinuncia inevitabile. Non era una questione di stipendio, di capacità o di volontà: era semplicemente una questione di non avere un posto dove abitare.
Questa situazione, ricorrente e standardizzata, rivela una profonda contraddizione. Progettiamo città che richiedono lavoro, attività e presenza, ma non sempre progettiamo le condizioni necessarie affinché quelle realtà possano essere sostenute nel tempo. Questa crisi non si limita soltanto agli alloggi ma abbraccia l’intera sfera urbana. Quando il settore abitativo segue esclusivamente la logica di mercato, la città cessa di produrre eterogeneità, occasioni di incontro e diversità, e, in ultima analisi, vivibilità urbana.

La città come materia prima
Di fronte a questo scenario, la riqualificazione degli edifici esistenti emerge come strategia primaria per ripensare il rapporto tra housing, città e risorse. La riqualificazione non è soltanto una risposta tecnica o ambientale, ma anche un approccio culturale nei confronti dell’ambiente edificato. Lavorare con ciò che già esiste significa ridurre l’impronta di carbonio legata alla costruzione, sfruttare le infrastrutture disponibili e preservare la memoria urbana che non può essere sostituita dal nuovo. Ma significa anche accettare i limiti, adattarsi alle strutture preesistenti e progettare partendo dai vincoli, spesso producendo soluzioni più precise e responsabili.
In questo contesto, parlare di un’architettura pertinente diventa fondamentale. Non si tratta di un’etichetta o di uno stile, ma di una questione che precede qualsiasi progetto: cosa è pertinente costruire oggi, in questo luogo specifico, con le risorse disponibili e in risposta alle urgenze reali del nostro tempo?
La pertinenza non ha nulla a che vedere con la rilevanza, né con la spettacolarizzazione. Riguarda ciò che è appropriato e che appartiene; riguarda costruire a partire da ciò che c’è, che esiste, che può essere riutilizzato, adattato o trasformato; dal riconoscere che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è pertinente dal punto di vista sociale, ambientale o culturale. In un’architettura pertinente, il contesto non è un limite ma una guida. Essa accetta i limiti – materiali, economici, climatici, urbani – come parte del progetto anziché come ostacoli da superare. In un mondo segnato dalla crisi climatica, dalla scarsità di risorse e dalla disuguaglianza urbana, la pertinenza cessa di essere un’opzione etica e diventa una condizione essenziale della pratica architettonica.
Riqualificare anziché ampliare, lavorare con la città esistente e riutilizzare i materiali non sono gesti nostalgici né soluzioni di emergenza. Sono decisioni coerenti, risposte concrete a un’epoca che non può più permettersi la logica dell’eccesso o della tabula rasa. Trasformare edifici obsoleti in alloggi riattiva aree consolidate, in particolare centri storici e zone ben servite dalle infrastrutture urbane. A differenza dell’espansione verso la periferia, la riqualificazione rafforza la città esistente, ne valorizza il significato e riduce gli spostamenti inutili. L’utilizzo di materiali provenienti dalla demolizione fa parte della stessa logica. Mattoni, legname, elementi strutturali e componenti edilizi portano con sé una storia che può essere reincorporata nel ciclo produttivo. Tutt’altro che una tecnica nostalgica, il riutilizzo dei materiali è una forma concreta di intelligenza costruttiva, che riduce i costi, l’energia incorporata e la dipendenza da catene di approvvigionamento estese.
La riqualificazione è anche un modo per riprogrammare la città. Cambiare l’uso di un edificio modifica i flussi, gli orari, le relazioni e le dinamiche sociali. Quando questo approccio viene applicato al settore degli alloggi – in particolare quelli per i giovani – il suo impatto urbano si moltiplica: più persone che vi abitano, più vita quotidiana, più cura per l’ambiente circostante. Piuttosto che continuare a espandere la città e consumare terreno, la riqualificazione offre la possibilità di abitare ciò che è già stato costruito, non come riproduzione del passato, ma come aggiornamento fondamentale. In un contesto di crisi climatica e sociale, questa strategia cessa di essere un’opzione e diventa una responsabilità.
Le idee di riqualificare, riutilizzare e costruire in modo pertinente acquistano significato solo quando si confrontano con un luogo reale, non con un esempio idealizzato, ma con un territorio plasmato da tensioni, conflitti e decisioni accumulate nel tempo. Laguna, nel sud del Brasile, è uno di questi luoghi.

Laguna, un luogo
In molte città storiche dell’America Latina, lo svuotamento dei centri storici è spesso attribuito alle rigide normative associate alla tutela del patrimonio culturale. Tuttavia, questa spiegazione non è sufficiente. Nella maggior parte dei casi, il problema non risiede nella conservazione in sé, ma in processi economici e speculativi più profondi. Lo spostamento dell’attività urbana verso nuove aree di espansione segue una logica conosciuta: per il settore immobiliare è più redditizio acquisire terreni a basso costo in periferia, promuovere nuovi sviluppi in quelle zone e infine creare, spesso con il sostegno di investimenti pubblici, le condizioni necessarie affinché quei terreni si rivalutino. Le conseguenze di questo meccanismo sono la dispersione urbana e il sottoutilizzo deliberato dei centri esistenti. Allo stesso tempo, i centri storici sono intrappolati in una dinamica di proprietà speculative. Gli edifici vuoti sono inutilizzati non per motivi di sicurezza tecnica o normativa, ma perché i proprietari si aspettano una futura rivalutazione senza investire, senza riqualificare e senza assumersi alcuna responsabilità per l’impatto urbano di tale attesa. Il risultato è una città immobilizzata: un patrimonio senza vita, edifici senza inquilini, centri che smettono di funzionare come spazi collettivi.
In questo contesto, non bisogna più concentrarsi su come rendere più flessibili le normative sul patrimonio, ma su come riattivare l’uso, come intervenire nei meccanismi della speculazione e come rendere nuovamente vitale l’abitare il centro città. Di fronte a questi processi, un’architettura pertinente non può limitarsi a intervenire sulla forma di un edificio; deve prendere posizione sull’economia del territorio, sull’uso del capitale e sulle decisioni – o indecisioni – che determinano quali parti della città sono abitabili e quali deliberatamente vuote.
Studentati: il rapporto tra alloggi, programma pubblico e città
Se l’abbandono del centro storico è una conseguenza tangibile della crisi urbana contemporanea, gli alloggi – in particolare quelli per i giovani – possono diventare uno degli strumenti più efficaci per invertire il processo. A Laguna, gli studentati non sono concepiti come una soluzione puntuale al deficit abitativo, ma come una strategia in grado di riattivare il tessuto urbano, intensificare la vita quotidiana e ripristinare i legami tra architettura e città. Pensarli in questo contesto significa allontanarsi dal modello di abitare chiuso, autosufficiente e isolato dall’ambiente circostante. Qui l’housing non è un elemento autonomo, ma un tassello di un sistema urbano più ampio, in cui non ci si limita a ospitare gli studenti ma si punta a reintrodurre permanenza, utilizzo e diversità all’interno di un centro storico che oggi rimane frammentato e sottoutilizzato.
Il progetto propone di lavorare con gli edifici esistenti, integrando programmi abitativi con spazi pubblici o semipubblici che ampliano l’impatto dell’intervento sulla città: laboratori, aree condivise aperte al quartiere, spazi per lo studio collettivo, piccole infrastrutture culturali o sociali. Il programma è costruito come uno strato aggiuntivo che non privatizza il centro storico, ma lo rende più accessibile. Grazie a questo mix di alloggi e programma pubblico, l’edificio si trasforma da confine ad “articolatore urbano”. Il rapporto con la strada, la continuità dello spazio pubblico, la possibilità di passaggio, di soffermarsi o incontrarsi senza l’obbligo di una consumazione sono scelte progettuali che rafforzano l’idea della città come bene comune. L’architettura non si impone sull’ambiente circostante, ma entra in dialogo con esso.
Questa tipologia di housing per studenti introduce inoltre una temporalità diversa dal settore del turismo o del real estate speculativo. Gli studenti abitano quel luogo per lunghi periodi, stabiliscono routine, costruiscono legami con il commercio locale e utilizzano lo spazio pubblico in orari diversi. È questa ripetizione quotidiana che riattiva la città in modo più profondo e duraturo.
Dal punto di vista degli spazi, il progetto privilegia le aree intermedie e condivise: corti, corridoi generosi, spazi di incontro informali che non rispondono a un programma rigido ma consentono di costruire una comunità. Questi spazi non sono residuali, sono il cuore del progetto. Sono il luogo in cui avvengono gli scambi, sotto forma di conversazioni e modalità di apprendimento che non fanno parte del curriculum accademico, ma sono essenziali per la formazione di una vita adulta e collettiva.
La qualità degli alloggi non si misura solo in termini di superficie minima, ma anche in relazione all’ambiente circostante: ventilazione e luce naturale, contatto visivo con la vegetazione, possibilità di camminare a piedi nudi su superfici fresche, protezione solare e climatica progettata in base al luogo. Si tratta di decisioni apparentemente semplici, ma che hanno un impatto diretto sul modo in cui abitiamo un luogo e sulla nostra percezione del benessere quotidiano.
Associando gli alloggi per studenti a un piano di miglioramento urbano, il progetto parte dal presupposto che le strutture non possono essere progettate isolate. Ogni intervento produce effetti che vanno oltre i confini della proprietà: più persone per strada, più occhi puntati sullo spazio pubblico, maggiore vitalità economica e sociale. Gli alloggi diventano così infrastrutture urbane, non solo una risposta abitativa.
Questo approccio ridefinisce anche il ruolo dello studente all’interno della città: non più un utente transitorio ma un abitante attivo, con il diritto di occupare il centro storico, appropriarsi dei suoi spazi e partecipare alla vita quotidiana. Abitando un centro storico, cessa di essere spettatore del passato e diventa attore del presente. Intesi in questo modo, gli alloggi per studenti non sono un gesto di assistenza sociale, né un’eccezione all’interno del mercato. Sono una scommessa su un modello urbano che riconosce questa tipologia come strumento di trasformazione sociale, in grado di riparare il rapporto tra architettura, città e comunità. Più che risolvere un problema preciso, il progetto apre un dialogo più ampio: cosa succederebbe se considerassimo gli alloggi per giovani come motore della città e non come prodotto finanziario?

Un’equazione che non torna: logica di mercato, metri quadrati e valore equo
Negli ultimi decenni, la logica dominante del mercato immobiliare ha perfezionato un’equazione che, sebbene sofisticata dal punto di vista finanziario, è progressivamente sempre più fragile dal punto di vista urbano e sociale. La formula è ben nota: ridurre i metri quadrati, massimizzare il profitto per unità, accelerare il turnover e trattare l’alloggio come un bene finanziario piuttosto che come un luogo in cui vivere. Le conseguenze, visibili in molte città del mondo, includono case più piccole, più costose e meno vivibili. Questa logica colpisce direttamente i giovani. Gli studenti e i lavoratori all’inizio della vita lavorativa sono costretti ad accettare condizioni che fino a poco tempo fa erano considerate temporanee o addirittura inaccettabili: spazi minimi, scarso comfort ambientale, contratti incerti e affitti che assorbono una quota sproporzionata del reddito. L’alloggio cessa di essere un supporto alla vita quotidiana e diventa una fonte costante di ansia.
Paradossalmente, questa situazione non deriva da una reale carenza di spazi edificati. Al contrario, mai come negli ultimi decenni si è costruito così tanto. Milioni di metri quadrati rimangono vuoti o sottoutilizzati, intrappolati in una logica speculativa che attende il “momento giusto” per massimizzare il valore finanziario. Nel frattempo, le città si espandono, i centri storici si svuotano e la vita urbana si frammenta. L’equazione, quindi, non torna. Non torna per gli abitanti, non torna per le città e, nel medio termine, non torna nemmeno per il mercato. Un edificio vuoto non fa città. Un centro storico senza residenti non può essere sostenibile. E una generazione che non ha accesso ad alloggi dignitosi farà fatica a costruire progetti di vita stabili.
In questo scenario, è urgente ripensare il significato di “valore” nell’edilizia abitativa. Il valore non può essere misurato solo in termini di rendimento finanziario e deve includere variabili che il mercato tende a ignorare: qualità degli spazi, durata, comfort climatico, relazione con l’ambiente urbano circostante e, soprattutto, la capacità di sostenere la vita quotidiana. Rispettare un valore locativo equo non significa rinunciare al profitto ma comprendere che esiste una soglia oltre la quale il guadagno economico inizia a produrre danni strutturali. Quando il canone d’affitto esclude gli abitanti, la città perde diversità, vitalità e futuro. L’estrema inflazione dei prezzi non genera valore urbano, lo distrugge.
Allo stesso modo, l’ossessione di ridurre i metri quadrati come strategia per “rendere accessibili gli alloggi” finisce per avere l’effetto opposto: spazi troppo piccoli portano a condizioni di vita precarie, accelerano l’usura degli edifici e spingono le funzioni di base nello spazio pubblico – o direttamente nella strada – invece di dare loro risposte dignitose. La riduzione estrema non è efficienza ma impoverimento delle condizioni abitative.
Proporre un’altra equazione significa accettare che gli alloggi debbano offrire superfici calpestabili ragionevoli, una buona ventilazione e luce naturale e spazi condivisi che amplino la vita domestica; significa riconoscere che il comfort non è un lusso, ma una condizione minima per la salute fisica e mentale, e che la permanenza, la possibilità di rimanere, è importante tanto quanto il prezzo iniziale dell’affitto. In questo senso, gli alloggi per studenti e giovani possono fungere da banco di prova per un modello più ampio. Questi progetti, infatti, stabiliscono canoni di locazione equilibrati e offrono una qualità degli spazi attentamente studiata, dimostrando che è possibile conciliare la redditività economica con la responsabilità urbana. Non si tratta di opporsi al mercato, ma di ridefinirne i parametri.
L’equazione che domina il mercato immobiliare contemporaneo non è una legge naturale, ma una costruzione culturale e politica. E come ogni costruzione, può e deve essere rivista. Riportare il valore equo al centro del dibattito non è un gesto ideologico, ma una condizione necessaria affinché gli alloggi possano tornare a svolgere la loro funzione di base, poiché quando cessa di essere vivibile, la città smette di essere città.

Chi investe? Capitale, rischio e responsabilità urbana
Ogni volta che un modello abitativo dà priorità all’uso, al valore equo e alla permanenza a lungo termine, sorge una domanda ricorrente: chi investe in questi progetti? La risposta è spesso carica di pregiudizi e si presume che solo la filantropia o i sussidi pubblici possano sostenere iniziative di responsabilità sociale e che il mercato, per definizione, operi nella direzione opposta. Tuttavia, questo contrasto semplifica eccessivamente un panorama in realtà molto più complesso.
I progetti di riqualificazione e di housing con un impatto urbano non sono sostenuti dalla beneficenza. Sono attività economiche, ma di altro tipo. Non rispondono alla logica del profitto immediato o della speculazione a breve termine, ma a modelli di investimento che considerano la città come un sistema dinamico e l’edificio come un bene che deve rimanere vivibile, utilizzato e curato nel tempo. Il capitale coinvolto in questo tipo di progetti spesso cerca la stabilità piuttosto che la massimizzazione estrema: investimenti a lungo termine, rendimenti moderati ma costanti, turnover più basso e minore esposizione al rischio speculativo. Invece di scommettere sugli spazi lasciati vuoti come strategia – aspettando che il valore del terreno aumenti lasciandolo inutilizzato – questi modelli scommettono sull’occupazione continua, sulla manutenzione costante e sull’integrazione con l’ambiente urbano circostante.
Investire in alloggi con responsabilità urbana non significa rinunciare al profitto, ma comprendere che il valore non si produce solo su un foglio di calcolo, ma anche attraverso la durata dell’edificio, la riduzione dei costi associati all’abbandono, la stabilità di un’entrata e la resilienza di fronte alle crisi economiche. Un edificio abitato è un edificio che viene preservato. Una comunità stabile è una garanzia di continuità. Questo tipo di investimento riconosce inoltre che l’architettura e l’urbanistica influenzano direttamente la performance economica di un progetto. La qualità degli spazi, il comfort ambientale, il rapporto con lo spazio pubblico e la pertinenza del programma non sono variabili secondarie, anzi, influenzano la permanenza dei residenti, la cura della proprietà e la sostenibilità del modello a lungo termine. Progettare bene non è una spesa aggiuntiva, ma una strategia economica.
Nel caso degli alloggi per studenti e giovani, questa logica diventa particolarmente evidente, rivolgendosi infatti a una popolazione con una domanda costante, cicli prevedibili e un forte legame con il territorio. Offrendo condizioni dignitose, affitti equilibrati e un’esperienza di vita connessa alla città, questi progetti riducono il turnover, rafforzano il senso delle radici e generano un rapporto più sano tra investimento e utilizzo. È importante notare che questo modello non sostituisce il ruolo dello Stato, né nega la necessità di politiche abitative pubbliche; al contrario, si rafforza in presenza di un quadro normativo chiaro, incentivi alla riqualificazione e una visione urbana condivisa. Gli investimenti privati con responsabilità urbana non operano nel vuoto: hanno bisogno di regole, accordi e una visione comune della città come bene collettivo.
Definire questi progetti “alternativi” è, in un certo senso, impreciso. Ciò che è veramente incredibile è il modello speculativo che domina gran parte dello sviluppo urbano contemporaneo e che produce edifici vuoti, centri storici degradati e città sempre più esclusive. In questo contesto, investire in alloggi vivibili, integrati e socialmente responsabili non è un’anomalia, ma una correzione necessaria.
La sfida non è attrarre capitali a tutti i costi, ma allineare investimenti, architettura e città. Così facendo, gli alloggi cessano di essere un semplice strumento finanziario e diventano una parte attiva del tessuto urbano, un bene che genera non solo un ritorno economico, ma anche un valore sociale, culturale e ambientale. In questo senso, investire è anche un modo per esprimersi sul tipo di città che vogliamo sostenere nel tempo.
Un impegno collettivo
Abitare non significa occupare uno spazio disponibile. Abitare significa mantenere, nel tempo, una relazione con un luogo, con altre persone, con il clima, con i materiali, con la storia che ci precede e con il futuro che stiamo plasmando senza rendercene conto. Le città che funzionano solo come piattaforme per investimenti finanziari tendono a essere svuotate di vita. I loro edifici possono essere in perfette condizioni, ma sono prive di ciò che li preserva veramente: l’uso quotidiano, la cura, la permanenza. In opposizione a questo modello, pensare agli alloggi come infrastruttura sociale non è un approccio ideologico, ma una necessità urbana.
Laguna dimostra, in modo evidente, che è possibile instaurare un altro rapporto tra città e alloggi, non perché offre soluzioni universali, ma perché esplicita nuovamente alcune domande che molte metropoli hanno smesso di porsi: chi può vivere nel centro di una città? A quali condizioni? Per quanto tempo? Con quale grado di partecipazione alla vita urbana?
Riqualificare edifici esistenti, lavorare con materiali di demolizione, offrire alloggi con affitti equi e superfici dignitose, integrare programmi pubblici e spazi urbani e attrarre investimenti a lungo termine non sono gesti isolati, anzi, fanno parte di un unico approccio: comprendere che la città non si costruisce soltanto con gli edifici, ma con i legami.
In questo contesto, le residenze per studenti non sono più una tipologia specifica ma un esperimento di come vogliamo abitare il mondo. I giovani che vivono nel centro storico, che camminano per la città, che utilizzano le sue piazze, che interagiscono con il commercio locale e che partecipano alla vita quotidiana non occupano semplicemente metri quadrati: producono la città.
Abitare bene non è un privilegio. È la base su cui si costruiscono comunità più giuste, economie più stabili e città più resilienti. E questa base non si ottiene con formule astratte, ma con decisioni concrete: cosa riqualificare, cosa demolire, per chi si costruisce, a quale prezzo e con quale orizzonte temporale. Reimparare ad abitare la città significa anche reimparare a costruire in modo pertinente, ovvero fare solo ciò che è realmente appropriato, nel luogo adatto e nel momento adatto.
Forse la sfida più urgente del nostro tempo non è quella di inventare nuove città, ma di imparare ad abitare meglio quelle esistenti: rispettare le loro dimensioni e i loro ritmi, accettare i loro limiti e riconoscere che ogni progetto, anche il più piccolo, è anche un modo di esprimersi sul mondo che vogliamo sostenere.
Abitare, in fin dei conti, è un atto profondamente politico. E anche, inevitabilmente, di speranza.
Il restauro come esercizio di buon gusto
Architettura Tommasi
Per la rubrica Viaggio in Italia, Valerio Paolo Mosco parla di restauro, citando lo studio Architettura Tommasi...
Ripensare un museo: l’ala Ovest del British Museum
Lina Ghotmeh Architecture
Per la rubrica Conversation, Philip Jodidio dialoga con Lina Ghotmeh...
Living Village presso la Yale Divinity School
Bruner/Cott Architects
Per la rubrica Letter From America, Raymund Ryan racconta Living Village della Yale Divinity School, a New Haven, Connecticut, opera degli studi Brune...