La cultura architettonica italiana dalla seconda metà dello scorso secolo ad oggi dona al mondo due cose: gli studi sulla storia e sulla morfologia urbana e gli studi sul restauro dei monumenti. Due temi questi profondamente interrelati tra loro. Nel 1939 viene fondato, su pressione di due grandi storici dell’arte come Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi, l’Istituto Nazionale del Restauro. Il momento è favorevole; in Italia si è ormai affermata una serie di notevoli storici dell’arte, tra di essi in prima fila gli stessi Argan e Brandi a cui si aggiungono Adolfo Venturi e il figlio Lionello, Roberto Longhi, Carlo Ludovico Ragghianti, Matteo Marangoni e in seguito Federico Zeri. Un vero e proprio parterre de rois che porrà l’Italia per lungo tempo al centro della storia e della critica d’arte internazionali e che andrà nel tempo a coinvolgere anche l’architettura, specialmente attraverso le figure di Bruno Zevi e Manfredo Tafuri. L’Istituto Nazionale del Restauro si occupava sia del restauro delle opere d’arte sia di quello delle opere di architettura, due tipi di operazioni completamente diverse. Se infatti le opere d’arte sono il prodotto di autori che le concepiscono e le realizzano tendenzialmente così come il tempo ce le consegna, le architetture sono opere vive, che dal momento in cui vengono concepite e realizzate al momento in cui le viviamo subiscono diversi cambiamenti.
Certamente è più facile restaurare un edificio, ad esempio di Palladio, di cui abbiamo il progetto o di cui possiamo, con una sempre relativa approssimazione, ricostruire idealmente la forma originaria. Più difficile è invece restaurare gli edifici e gli oggetti edilizi dell’architettura spontanea, come per esempio quella medievale. Volgendo lo sguardo al passato notiamo proprio su questo tema il notevole apporto teorico alla filosofia del...
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