Sono stati annunciati i progetti vincitori dell’Aga Khan Award for Architecture 2025, prestigioso riconoscimento internazionale che celebra l’architettura nelle comunità a maggioranza musulmana, giunto ormai alla 16esima edizione. Il concorso, a cadenza triennale, è stato istituito nel 1977 dal Principe Karim Aga Khan IV, leader spirituale della comunità musulmana ismailita.
La rilevanza dell'Aga Khan Award risiede nella forte valutazione dell’impatto sociale, culturale e ambientale delle proposte, oltre che del loro valore tecnico ed estetico. Due dimensioni, l’intenzione del progetto e la sua valenza formale e materiale, che non possono essere considerate autonomamente per assicurare ai partecipanti il riconoscimento di eccellenza architettonica.
I sette vincitori di quest’anno sono stati selezionati dalla giuria di questa edizione del premio, presieduta da Yvonne Farrell di Grafton Architects, e composta da Azra Akšamija, Noura Al-Sayeh Holtrop, Lucia Allais, David Basulto, Kabage Karanja, Yacouba Konaté, Hassan Radoine, Wong Mun Summ.

I progetti selezionati spaziano per scala, tempo e geografia: dall’intreccio urbano di una megalopoli ai margini di una città moderna, dal centro di un borgo storico alle coste mutevoli di un paesaggio acquatico. Interventi che offrono spazi resilienti per le comunità, capaci di incentivare un dialogo globale sull’architettura.
Tre valori guida hanno orientato la giuria per questa edizione: “Trascendenza”, intesa come superamento dei limiti temporali, “Pluralismo” come adattamento alle diversità culturali, e “Progresso” come capacità collettiva di rigenerare la società.
L’architettura premiata dall’Award è quella in grado di generare “bellezza, dignità e ottimismo nelle circostanze più difficili, dimostrando che ogni essere umano ha diritto a una qualità della vita”, parole della giuria che attualmente risuonano con intensa drammaticità. Con la consapevolezza che “le sfide che affrontiamo oggi sono così vaste da poter facilmente condurre alla disperazione, al cinismo e all’inazione”, il premio vuole oggi portare un messaggio di speranza.
Di seguito i vincitori di questa edizione.

Il progetto nasce per offrire rifugi flessibili, economici e rapidamente costruibili alle comunità vulnerabili dei Chars del Bangladesh, costantemente minacciate da inondazioni ed effetti del cambiamento climatico. Ideato da Marina Tabassum Architects, il sistema utilizza moduli in bambù con connettori in acciaio, che le famiglie possono montare autonomamente per adattare la costruzione alle loro esigenze. Scalabile da singole abitazioni a spazi collettivi come scuole e cucine comunitarie, l’intervento dimostra come l’architettura possa essere uno strumento concreto di protezione, coesione sociale e di speranza.

Opera dell’architetto Zhang Pengju, il progetto trasforma un ex tempio buddista in uno spazio culturale e sociale per la comunità multietnica di Hohhot. Lo spazio è organizzato attorno a un cortile circolare che favorisce l’interazione tra le diverse attività, dalla ceramica al tradizionale gioco del mahjong, includendo spazi pubblici e privati. Realizzato interamente con mattoni riciclati da demolizioni locali, il centro unisce sostenibilità, memoria storica e partecipazione collettiva, rafforzando il tessuto sociale del villaggio rurale e stimolando al tempo stesso economia locale, turismo e iniziative culturali.

Lo studio cairota Takween adotta un approccio partecipativo alla conservazione urbana per trasformare il centro storico della città di Esna in Egitto in un laboratorio di innovazione sociale e culturale. Attraverso il recupero di edifici residenziali, commerciali e religiosi, e iniziative guidate dalla comunità, come il ristorante Okra a conduzione femminile, il progetto stimola l’economia locale, tutela il patrimonio materiale e immateriale e rafforza l’identità culturale. Una dimostrazione di come l’intelligenza collettiva dei residenti possa rigenerare tessuti urbani fragili e promuovere la resilienza delle comunità.

Oltre 200 cupole colorate trasformano l’isola di Hormuz in un inclusivo e vivace arcipelago architettonico. Il complesso, realizzato da ZAV Architects sotto la direzione di Ehsan Rasoulof, accoglie residenze, spazi culturali e attività comunitarie. Gli edifici sono costruiti in prevalenza con la tecnica del “superadobe”, che utilizza sacchi di terra e sabbia per creare strutture curve resistenti. Il progetto promuove turismo responsabile e coesione sociale, mostrando come l’architettura possa trasformare un territorio fragile in un laboratorio di bellezza, resilienza e sviluppo condiviso.

L’intervento, firmato da Mohammad Khavarian per KA Architecture Studio, trasforma l’ingresso della stazione metro di Teheran in un vivace nodo urbano, restituendo alla città un luogo simbolico in cui dialogano storia, architettura e vita pubblica. Una struttura modulare di volte intrecciate in mattoni artigianali crea luoghi di sosta e di socialità, schermando il rumore del traffico. Il progetto valorizza la tradizione geometrica iraniana e l’artigianato locale, offrendo un contesto sicuro per i venditori e un nuovo punto di riferimento urbano, dove l’architettura riporta la città al passo con le esigenze dei cittadini.

Un’opera che celebra l’incontro tra educazione e architettura come strumenti di trasformazione sociale. Ideato dall’educatrice Rushda Tariq Qureshi e progettato dall’architetto Mohammad Saifullah Siddiqui di DB Studios, il centro offre alfabetizzazione, formazione professionale e sviluppo personale a giovani uomini svantaggiati. I sei piani dell'edificio si sviluppano attorno a un atrio alto dieci metri, con aule luminose, spazi verdi e una cucina-giardino sul tetto. La facciata, ispirata all’artigianato pakistano e arabo, offre una vivace reinterpretazione dei tradizionali jaali. L’obiettivo è quello di estendere l’iniziativa costruendo una struttura per donne su un terreno vuoto adiacente.

Wonder Cabinet nasce come piattaforma culturale ed educativa per colmare la mancanza di spazi dedicati all’arte contemporanea a Betlemme. Firmato dagli architetti Elias e Yousef Anastas, l’edificio ospita studi d’artista, laboratori, una radio e diversi spazi di incontro. La struttura, una griglia di calcestruzzo grezzo arricchita da elementi artigianali locali, si apre al paesaggio circostante grazie all’alternanza di pieni e vuoti e all’uso di trasparenze. In un simile contesto, il progetto diventa un’infrastruttura di resilienza, affermando la produzione culturale palestinese come mezzo di resistenza.
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In copertina: Majara Residence and Community Redevelopment. © Deed Studio, courtesy of Aga Khan Trust for Culture