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Tutto è iniziato con la terra

Anna Heringer

Tutto è iniziato con la terra
Scritto da Anna Heringer -

«Sappiamo di più sul movimento dei corpi celesti che non sul mondo che ci sta sotto i piedi», scrisse Leonardo da Vinci. Eppure la terra è così preziosa: ci nutre e ci offre riparo.

Come materiale da costruzione, è il miglior prodotto in termini di sostenibilità. È l’unico che può essere prelevato dalla natura allo stato grezzo, trasformato in muri portanti, pavimenti e intonaco e riciclato tutte le volte che è necessario senza perdere di qualità. Quando una costruzione in terra cruda non serve più, può tornare alla sua origine senza provocare un impatto ecologico e diventare nuovamente terreno fertile per un giardino. La terra può contribuire, grazie alla sua produzione a emissioni zero e a processi di costruzione socialmente equi, a mitigare alcune delle nostre più grandi sfide globali: il cambiamento climatico, la crescente disuguaglianza sociale e l’aumento della disoccupazione in tutto il mondo.

Il terreno argilloso, indicato per l’edilizia, si trova quasi ovunque; è un dono della natura. Ma come si forma l’argilla o il terriccio? Il nostro pianeta è soggetto al fenomeno dell’erosione e, più in generale, all’entropia. La Terra possiede un enorme potere creativo, anche se non ce ne rendiamo sempre conto. Questa forza può essere al contempo fragile e potente ma è, soprattutto, costante e inarrestabile; e fornisce il materiale edilizio più importante: la terra, l’argilla. Il terriccio è roccia erosa. Le Alpi, per esempio, da un lato crescono costantemente, a un ritmo di circa un centimetro ogni dieci anni, dall’altro si erodono di poco più di un centimetro. Oltre alla disgregazione fisica delle rocce, esistono anche processi di alterazione chimica/biochimica, che trasformano sedimenti grossolani in substrati argillosi. I processi biochimici li trasformano parzialmente in un fertile complesso argillo-umico.

La vita stessa è un ciclo infinito di creazione e decadimento. La domanda è: come si può applicare questo principio elementare all’architettura?

Spazi di incontro negli uffici Omicron, con Martin Rauch, Klaus, Vorarlberg, Austria, 2015 © Stefano Mori, courtesy Anna Heringer Architecture

Costruire con la terra

Personalmente costruisco perlopiù con l’argilla, uno dei materiali edilizi più antichi al mondo. Nessun additivo. Terra pura. Ciò richiede soprattutto una cosa, fiducia. Tutto il resto c’è già. Spesso riscontro dello scetticismo: può funzionare come materiale da costruzione di nicchia, impiegato su piccola scala, ma può essere utilizzato anche per progetti più ampi? La risposta è un “sì” convinto. Circa un terzo della popolazione mondiale vive oggi in edifici in terra cruda, quindi non si tratta di un materiale sperimentale, ma di uno dei più utilizzati al mondo.

Costruire con la terra significa anche inclusione, perché, fondamentalmente, tutti vi hanno accesso, indipendentemente dalle possibilità finanziarie. Non credo nella sostenibilità selettiva: può esistere una sola strategia globale, alla portata di tutti, non solo di una parte della popolazione ricca del mondo. Costruire con materiali naturali e locali è una pratica antica quanto il concetto stesso di edilizia, e sicuramente più antica dell’industria. Il che solleva la domanda: chi sono i destinatari dell’industria edilizia?

Spazi di incontro negli uffici Omicron, con Martin Rauch, Klaus, Vorarlberg, Austria, 2015 © Stefano Mori, courtesy Anna Heringer Architecture

Per 8 miliardi

Quando progetto, moltiplico le mie scelte su materiali e tecnologie per circa otto miliardi di persone e mi pongo una semplice domanda: come cambierebbe la distribuzione delle risorse sul nostro pianeta se ogni persona facesse esattamente questa scelta?

Quali conseguenze avrebbe sulla salute del nostro pianeta? Si potrebbero raggiungere la pace e un futuro sereno per le prossime generazioni? Facciamo parte di un’unica famiglia di esseri umani che devono condividere un pianeta con risorse limitate, e siamo tutti profondamente interconnessi. Dobbiamo iniziare ad agire con questa consapevolezza – e costruire di conseguenza. Dopotutto, l’edilizia è uno dei settori a più alta intensità di risorse. Noi architetti abbiamo una responsabilità speciale in questo senso, in quanto ogni volta che scegliamo un materiale, decidiamo chi ne beneficia. Quando giungerò alla fine della mia carriera di architetto e farò un bilancio di tutti i miei budget di costruzione, voglio poter dire a me stessa che questo denaro ha contribuito alla giustizia eco-sociale. Può sembrare idealistico – e lo è. Ma perché no? Sono una convinta idealista. Mi rifiuto di farmi guidare esclusivamente dalla realtà. La realtà mi fa arrabbiare; non mi offre alcuna speranza – anzi, è proprio il contrario. Se mi concentro su tutto ciò che va storto nel mondo e nel nostro settore, divento apatica e mi sento impotente. Preferisco affidarmi agli ideali, perché mi danno speranza e una direzione. E la speranza è esattamente ciò di cui ho bisogno – proprio come chiunque altro – come motore di cambiamento e forza propulsiva.

Earth Campus, con Lord Zigato, Tatale, Ghana, 2021 © Anna Heringer, courtesy of Anna Heringer Architecture

L’architettura intesa come strumento per migliorare la vita

L’ideale che mi motiva nel mio lavoro – e che ho avuto il privilegio di mettere in pratica attraverso progetti di diverse tipologie – è che l’architettura possa essere uno strumento per migliorare la vita delle persone; che sia possibile costruire un edificio e, con esso, una comunità, promuovendo un senso di fiducia sia individuale che reciproca; che il budget destinato alla costruzione non si limiti a produrre come risultato finale una struttura, ma che faccia in modo che essa diventi un catalizzatore per lo sviluppo – il tutto senza alterare l’equilibrio ecologico.

Prima di diventare architetto, ho svolto un periodo come apprendista nel dipartimento di sviluppo della ONG bangladese Dipshikha, dove ho imparato che la strategia migliore per uno sviluppo equo e stabile è sfruttare il potenziale esistente – sia immateriale che materiale – senza dipendere da fattori esterni. Dopo aver completato i miei studi in architettura, ho cercato di applicare questo concetto all’edilizia. Per quanto riguarda la scelta dei materiali, ho trovato una risorsa fantastica letteralmente sotto i miei piedi, nei depositi di roccia erosa delle montagne dell’Himalaya in Bangladesh (ma anche in molte altre parti del mondo): l’argilla. Devo ammettere che all’inizio non è stato facile abituarmici; l’argilla è fragile e prima di utilizzarla bisogna tenere presente il clima. Ma è proprio questo che la rende così affascinante. La sua fragilità non è una debolezza, è anzi una fonte di ispirazione. La terra varia da luogo a luogo; in alcune zone è mista a pietre, ideale per la terra battuta, in altre è levigata, perfetta per i mattoni in adobe o per le costruzioni in torchis, che è un impasto di argilla e fibre vegetali.

Nel corso dei millenni, l’umanità ha sviluppato varie tecniche di costruzione a seconda delle singole proprietà di ogni materiale e delle varie zone climatiche. Il risultato? Una straordinaria diversità culturale architettonica, nata non dalle tendenze del design ma dalle necessità, dalla saggezza e dal senso di appartenenza. Quando questi parametri – clima e materiali locali – vengono tenuti in considerazione e utilizzati per plasmare il linguaggio architettonico, nascono soluzioni che appartengono a tutti gli effetti a quel luogo. È qui che ne emerge l’autenticità: misurata, radicata e chiara.

I materiali da costruzione più duri e resistenti come il calcestruzzo non devono necessariamente rispondere al clima – o almeno così si crede – e quindi la libertà progettuale sembra illimitata. Questa convinzione, tuttavia, può comportare il rischio di un’architettura che appare puramente formale, arbitraria, disconnessa dal contesto, priva del senso del luogo. Al contrario, gli edifici costruiti con materiali naturali locali si presentano come radicati nel loro contesto, trasmettono una sensazione di naturalezza intrinseca, ci rassicurano e generano un senso di appartenenza; solitamente scegliamo luoghi costruiti con questi parametri come mete da sogno per le nostre vacanze.

Earth Campus, con Lord Zigato, Tatale, Ghana, 2021 © Anna Heringer, courtesy Anna Heringer Architecture

Co-creazione

Dopo l’inizio dei lavori sull’Earth Campus a Tatale, in Ghana, per il quale avevo progettato – dal mio ufficio al confine tra Austria e Germania – delle finestre rettangolari da costruire in loco, ho insistito affinché venissero coinvolte anche le donne del luogo, le quali sono state infine assunte per applicare l’intonaco sulla facciata. Questo lavoro lo eseguono senza attrezzi ma semplicemente strofinando l’argilla con le mani, e poiché questi movimenti sono fluidi e naturali, le finestre hanno assunto un aspetto altrettanto fluido e organico; l’esperienza manuale è entrata in gioco e ha trasformato la facciata in un elemento di co-creazione – l’unione tra la terra, con i suoi ricchi pigmenti rosso-ruggine, la fluidità dei movimenti delle mani delle donne e il progetto originale.

Quando le forme emergono senza seguire esclusivamente la volontà dell’individuo e senza aspirare allo straordinario, ma semplicemente da un desiderio di funzionalità – unito alla consapevolezza dei materiali e alla maestria artigianale – allora toccano l’anima, poiché si fondono armoniosamente con l’ambiente.

Scuola Meti, con Eike Roswag, Rudrapur, Bangladesh, 2006 © B.K.S. Inan/The Aga Khan Award for Architecture, courtesy Anna Heringer Architecture

La bellezza è un’espressione d’amore

Questo tipo di equilibrio non si raggiunge facilmente. Per costruire davvero in armonia con la natura, dobbiamo accettare il fatto che tutto – ma proprio tutto – è soggetto al cambiamento e che il decadimento fa parte della vita. Questa riflessione ci riporta alla terra, la cui vulnerabilità suscita in noi più timore di qualsiasi altro materiale; eppure le architetture in terra cruda durano secoli – in quasi tutte le zone climatiche. Data la sua solubilità in acqua, si pensa sia un materiale effimero, ma è proprio questa proprietà il suo più grande potenziale, poiché è solo così che la terra può essere facilmente riparata e riciclata – sotto nuova forma o di nuovo in cantiere.

Siamo una società dell’usa e getta. In architettura, tuttavia, cediamo all’illusione di costruire per l’eternità; ecco perché costruiamo con i materiali più duri, con più calcestruzzo, acciaio, plastica, rivestimenti e vernici, di quanto sia effettivamente necessario – un eccesso che contribuisce in modo significativo al cambiamento climatico.

In definitiva, la sostenibilità non riguarda le tecnologie o le risorse, né il denaro o le normative, ma qualcosa di molto più profondo: superare il timore dell’impermanenza, della mortalità. Troppe decisioni vengono prese in base alla sensazione di un pericolo. Ma chi vuole vivere in edifici, quartieri o città progettati da una somma di timori? C’è solo una forza più forte: l’amore.

Quando prendiamo decisioni assumendo un atteggiamento di amore verso i nostri simili e verso il nostro pianeta, la sostenibilità non è un obiettivo a cui tendiamo, è una conseguenza naturale. Ecco perché, per me, la sostenibilità è sinonimo di amore. E l’amore si esprime attraverso la bellezza. Ecco perché – da idealista convinta – credo che la forma segua l’amore.

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