«Credo che la fine della creatività sarebbe, in un certo senso, la fine dell’umanità. Come architetti e creatori abbiamo la responsabilità di emozionare, di elevare l’anima delle persone che abitano gli spazi». Per José Cortés, il progetto è prima di tutto un atto umano: gli oggetti sono organismi vivi, capaci di intervenire intimamente nelle dinamiche relazionali, nel rapporto con se stessi e con gli altri.
Architetto, designer e docente universitario, Cortés è fondatore di Malva Office, studio di progettazione con sede nei pressi di Valencia. Laureato in Architettura presso l’Università Politecnica di Valencia, ha collaborato con realtà di rilievo internazionale come gli studi di Benedetta Tagliabue e Sou Fujimoto, ottenendo nel tempo riconoscimenti prestigiosi che ne consolidano oggi il profilo nel panorama del design e dell’architettura spagnola.
Nei suoi lavori concetto, emozione, materia, memoria personale e collettiva si intrecciano per dare vita prodotti che, in virtù di una profonda autenticità, aspirano a resistere nel tempo.

La sua visione progettuale ruota attorno a una ricerca di verità ed essenzialità. Dichiara che i suoi lavori non vogliono sorprendere, ma durare, senza ostentazione. Crede che ciò che stupisce possa celare una forma di finzione? Cosa intende per onestà – dello sguardo e dell’oggetto – e in che modo è legata alla resistenza al tempo?
Credo che oggi sia difficile che la società si lasci davvero sorprendere. Viviamo in una costante saturazione di immagini e stimoli, e questo ha indebolito la nostra capacità di meravigliarci. Tuttavia, esistono stupori genuini e trasformativi, quelli che non solo impressionano ma modificano il modo in cui viviamo e ci relazioniamo. Penso, per esempio, alla nascita del primo iPhone e a quella mitica presentazione di Steve Jobs: non è stato solo un nuovo oggetto, ma un cambiamento di paradigma.
Credo anche che, nel presente, ciò che può davvero sorprendere sia proprio l’opposto dell’eccesso: la disconnessione dall’immagine, la riduzione del rumore, il silenzio, la possibilità di ascoltare se stessi. È verso questa direzione che dovrebbero tendere i pezzi di arredo e l’architettura: creare oggetti e spazi che non gridino, ma che permettano un’esperienza intima e consapevole.
Quando parlo di onestà dello sguardo mi riferisco, prima di tutto, all’onestà verso se stessi. Ogni opera finisce per essere un autoritratto. Ogni pezzo parla di chi lo crea; è unico e irripetibile perché nasce da una posizione personale davanti al mondo. I miei oggetti mi rappresentano: sono, in un certo senso, un’estensione di ciò che sono.
L’onestà dell’oggetto, invece, riguarda l’uso di materiali autentici: legno, acciaio inox, materiali che si mostrano per ciò che sono, con le loro proprietà, il loro peso, la loro texture e il loro comportamento naturale. Non si tratta di mascherare, ma di rivelare.
Credo che la sostenibilità più importante sia quella che permette a un oggetto di rimanere attuale nel tempo. Mi piace parlare di una sostenibilità estetica: che il pezzo non dipenda dalla tendenza, ma da una coerenza profonda. Questa è la vera sfida, e l’uso di materiali autentici e onesti contribuisce a questa permanenza, sia fisica sia concettuale.
I suoi lavori sono spesso radicati in una dimensione concettuale ed emotiva, che accompagna la concretezza formale dell’oggetto. Esiste un’influenza reciproca tra questi due aspetti e come si manifesta concretamente nel processo progettuale?
Nel mio lavoro non esiste una separazione netta tra dimensione concettuale, emotiva e formale: tutto avviene in maniera simultanea e si influenza reciprocamente. La mia vita, le mie referenze culturali, le mie letture, le mie ossessioni e il mio modo di guardare il mondo fanno parte del processo fin dall’inizio. Non progetto da una posizione neutrale; progetto a partire da ciò che sono e da ciò che sto vivendo in ogni momento.
Spesso inizio mettendo in relazione idee che, apparentemente, non hanno alcun legame tra loro. Sono associazioni intuitive, quasi inconsce. Tuttavia, attraverso il pensiero e, soprattutto, attraverso il disegno, queste connessioni cominciano a rivelarsi. Il disegno non è solo uno strumento di rappresentazione, ma uno spazio di riflessione: è il luogo e il momento nel quale le idee prendono forma e dove trovo le risposte.
In questo senso esiste una costante influenza reciproca. La dimensione concettuale guida la forma, ma la forma a sua volta trasforma e ridefinisce il concetto. È un dialogo continuo tra ciò che penso, ciò che sento e ciò che materializzo. Il progetto trova la sua coerenza proprio in questo processo di andata e ritorno, fino a quando tutto si allinea in modo naturale.
La collezione "Permitte Ut Sit" indaga l’aspetto dell’autonomia dell’oggetto, nel momento in cui il controllo passa dal designer all’utente. Partendo dall’idea che il significato di un’opera si compia nell’incontro con chi la fruisce, che tipo di legame mantiene con i suoi lavori una volta conclusi? Quali aspettative ha nei confronti di chi entrerà in relazione con essi?
Quando termino un pezzo, ho la sensazione che sia passata un’eternità da quando l’ho concepito, anche se l’ho completato il giorno prima. È rimasto così a lungo nella mia mente – sotto forma di idee, dubbi, disegni e decisioni – che diventa quasi qualcosa di antico per me, come se lo conoscessi da sempre. In un certo senso, comincia ad allontanarsi dalla mia memoria proprio nel momento in cui si materializza.
Li guardo con affetto, ma anche con il desiderio che si emancipino. Mi piace pensare che, una volta conclusi, non mi appartengano più del tutto. Voglio che viaggino, che trovino il loro posto nel mondo, che costruiscano la propria storia lontano da me. Mi emoziona immaginare di poterli incontrare di nuovo per caso, magari a Parigi o a Tokyo, immersi in un altro contesto, in un’altra cultura, in un’altra vita.
Spero che chi entrerà in relazione con i miei pezzi possa sentire pace e serenità. Che trovi in essi uno spazio di silenzio dentro il rumore quotidiano. Aspiro a che funzionino esteticamente anche tra cento anni, che possano passare di padre in figlio e che, nonostante il tempo, continuino a essere il pezzo più contemporaneo del luogo. Questa continuità nel tempo – questa capacità di rimanere attuali – è per me una delle forme più profonde di autonomia e di senso.
Che ruolo ha la dimensione produttiva nel suo lavoro? Assistiamo a un progressivo allontanamento tra pensare e fare: dall’industria, che separa ideazione e produzione, fino all’intelligenza artificiale, che trasforma il “fare” in un “far fare”. In questo scenario in continua ridefinizione, quale spazio rimane al progettista? E quale valore attribuisce oggi al design e all’artigianato?
È vero che assistiamo a un simile allontanamento. Tuttavia, nella mia pratica accade esattamente il contrario. Vengo dall’eredità di Enric Miralles, che utilizzava il disegno come strumento per pensare l’architettura. Progettava per strati di conoscenza, sovrapponendo arte, contesto sociale, città, storia. Per me, tra questi strati rientrano anche i processi produttivi e la comprensione imprenditoriale: non concepisco il progetto separato dalla sua costruzione né dalla sua fattibilità.
Come progettisti, la nostra capacità risiede nel mettere in relazione dimensioni molto diverse tra loro: il processo produttivo, la comprensione dello spazio, un riferimento artistico – come un quadro di Paul Klee – e trasformare tutto questo in un pezzo coerente per un luogo specifico. Questa sintesi profonda non può ancora essere sostituita dall’intelligenza artificiale.
Sento che stiamo vivendo un ritorno all’origine. Mi ha segnato in modo particolare la pubblicazione di Rem Koolhaas per la Biennale di Venezia del 2014 e il suo progetto Elements, in cui venivano analizzati i componenti essenziali dell’architettura. Oggi, forse, ciò che è davvero dirompente è proprio questo ritorno all’essenziale, alle virtù umane riflesse negli oggetti e negli spazi.
Per me, progettare significa costruire. E questo saper costruire passa necessariamente attraverso il mestiere e l’artigianato. Solo attraverso una conoscenza diretta della materia – dei suoi limiti, dei suoi tempi e dei suoi processi – possiamo portarla al limite con intelligenza. Questa comprensione non è solo culturale o poetica, ma anche economica: la buona architettura e il buon design devono essere rigorosi e agili nei processi. Senza economia e chiarezza costruttiva, difficilmente potranno sostenersi nel tempo.
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