Il progetto nel bellunese racconta una storia di architettura che ha per protagonisti due volumi agricoli dimenticati, rinati come residenza e luogo di contemplazione
Dal fitto della vegetazione, emerge un piccolo volume abbandonato. È un vecchio deposito agricolo, logorato dal tempo, che tuttavia mantiene ancora vive le sue tracce. Le mura in pietra si ergono, si mostrano tra gli arbusti secchi, ma si fermano a metà strada; il tetto a falde, caratteristico delle costruzioni dell’Alpago, non c’è più.
Più in là, scendendo diversi metri, un secondo volume: è un ex fienile. A differenza del primo volume, questo conserva ancora tutti i suoi particolari: le mura intonacate, i serramenti in legno, il tetto a falde. È presente anche un volume ridotto subito affiancato, un altro deposito. È certo che l’ex fienile necessiti di qualche intervento, ma la sua struttura, tipica del luogo, suggerisce la direzione da intraprendere. Questi due volumi agricoli dimenticati sono i protagonisti di questa storia di architettura.

Classificati rispettivamente come ex deposito ed ex fienile, per tutta la loro esistenza funzionale questi due personaggi hanno sempre vissuto separati, ma con un costante e solido legame; dovendo svolgere la funzione agricola, difatti, la loro relazione era indissolubile poiché governata dalle necessità di chi si prese cura di questo lotto di terra a Pianon. Questo legame suggerisce pertanto il ricordo di una relazione passata, dimenticata dall’avanzare del tempo. È come se un sentimento di nostalgia gravasse su quest’area, quasi a insinuare che il tempo presente sia l’illusione generata dal ricordo passato inconcluso.
È come se i due protagonisti si chiamassero a vicenda. Non potendo sottovalutare queste sensazioni, il ragionamento architettonico punta a valorizzare e a dar fede a questo sentimento nostalgico; pertanto, il processo costruttivo trova ragion d’essere nel ricongiungimento non solo funzionale, ma anche fisico ed emotivo dei due protagonisti.
Sfruttando l’opportunità del recupero superficiale, è stata operata la demolizione dell’ex deposito a favore della sua ricostruzione diversi metri più in basso, come nuovo volume affiancato all’ex fienile. Tuttavia, trattandosi di due corpi distinti che raccontano un’unica storia, non è stato ritenuto saggio nasconderli dietro l’immagine di un unico volume. Sfruttando la demolizione e ricostruzione, il deposito affiancato al fienile è stato demolito e ricostruito come filtro che potesse congiungere i due protagonisti, della stessa forma ma di dimensioni ridotte, così da non intaccare l’immagine complessiva.
Emerge così, nel territorio dell’Alpago, l’immagine di un unico corpo, una casera, che si libera dall’illusione legata a quel ricordo passato facendo rivivere la nostalgia.

Trovando influenza nella Glass House di Philip Johnson e nell’utilizzo della luce che opera Alberto Campo Baeza nei suoi progetti, la Glass House Prealpina si consolida nel territorio come un volume vetrato a conclusione di un percorso pedonale. Si tratta di una struttura in profili d’acciaio tipo HE con tetto a falde rivestito in doghe in larice e inclinazione a quarantacinque gradi; quest’ultima è intenzione progettuale quale ricordo non solo delle abitazioni circostanti ma anche della conformazione geologica che le montagne hanno assunto nel tempo.
Il già citato Campo Baeza ha ispirato gli interni di questa casera con le parole “senza luce non c’è architettura”: le tre superfici trasparenti, incorniciate da serramenti in alluminio color antracite – così come la lattoneria –, e rivolte verso la vallata, collaborano con le superfici opache interne e con il pavimento in rovere cotto, diffondendo la luce solare nello spazio interno. Il volume viene dunque (ri)collegato fisicamente, attraverso il filtro – che dispone del servizio igienico – all’ex fienile. Essendo sopravvissuto al passare del tempo, gli unici interventi che sono stati ritenuti necessari per quest’ultimo volume sono la carteggiatura e tinteggiatura delle pareti esterne, la sostituzione con nuovi serramenti in legno, la resa materica delle superfici interne come intonaco grezzo e il restauro del tetto.
L’immagine della casera, con le sue forme tipiche e tradizionali del territorio e i suoi materiali lignei e vitrei, ritrova un rapporto fisionomico con il luogo. L’intenzione di ricostruire il legame passato dei due protagonisti si dimostra sulla conca dell’Alpago con il ricongiungimento dei due volumi, che costituiscono ora un’architettura che del paesaggio ne fa la sua casa. I due corpi vengono ricongiunti in un’unica storia architettonica, come nel ricordo nostalgico. È una relazione di contemplazione e reciproco rispetto quella che intercorre tra la casera e il paesaggio esterno.

Guardarsi intorno in questo vasto paesaggio significa essere immersi costantemente in un luogo che suggerisce pace e riflessione. La casera, attraverso le sue ampie vetrate e il materiale a basso impatto carbonico, diventa parte integrante del territorio. Viverne lo spazio interno comporta la riconoscenza di un rifugio, un luogo di riposo, e contemporaneamente suggestiona alla comprensione di uno spazio unico, dove interno ed esterno appartengono ad una sola categoria e permettono di vivere sensazioni uniche.
Dal vasto paesaggio dell’Alpago, guardo e contemplo la casera, le sue forme, le pareti vetrate, i tetti a falda e il legno che la riveste, non più pietra. Vedo il secondo edificio, ancora solido nel terreno, stringere a sé l’edificio un tempo divorato dalla vegetazione. No, lo accompagna. Quello che vedo non è un atto violento di costrizione dell’uno sull’altro, ma la metamorfosi di due corpi distinti, uniti ora dai loro stessi ricordi. Contemplano il paesaggio in maniera così seducente che non posso che girarmi. Mi giro e nuovamente mi sorprende: non sono più qui, sono lì. La casera mi ospita, mi offre alloggio e riposo. Dall’interno dello spazio che offre, guardo giù fino a valle, contemplo il luogo. Non termina al mio sguardo la vastità dell’orizzonte, e da questo spazio protetto della casera mi sento al sicuro. Contemplo il paesaggio, contemplo l’architettura della casera. Una sensazione di pace mi pervade. Mi sento a casa.
Location: Tambre, Belluno, Italy
Completion: 2025
Client: Private
Architect and Interior Designer: Riccardo Bandera Architetto
Main Contractor: Italcostruzioni
Photography: Luca Casonato, courtesy of Riccardo Bandera Architetto