All’interno del forum Perspective EU 2025, organizzato da THE PLAN e tenutosi a inizio maggio a Venezia, si è svolta la tavola rotonda sul tema dell’autenticità e degli spazi ibridi. La riflessione si è concentrata sull’autenticità e sugli spazi ibridi come strumenti essenziali per creare ambienti che siano realmente significativi, resilienti e capaci di rispondere alle esigenze di una società in continuo mutamento, con la partecipazione di rinomati architetti provenienti da tutto il mondo.
I relatori che hanno preso parte al dibattito sono stati: Giulia Maria D'Arco (Baumschlager Eberle Architekten), Marco Dell'Agli Valletti (BIG - Bjarke Ingels Group), Amrita Mahindroo (DROO / Da Costa Mahindroo Architects), Marinus van Eldik (DIETRICH UNTERTRIFALLER), Francesco Casella (KPF), con la moderazione a cura di Giulia Carravieri (ATI Project).
Nell'immaginario comune un edificio dovrebbe vivere minimo cent’anni. Tuttavia, le esigenze degli utenti cambiano nel tempo e non è possibile sapere di cosa avremo bisogno in futuro o cosa succederà: potrebbe servire uno spazio diverso, più adatto a nuove necessità. Per questo motivo, si dovrebbe quindi pensare a un “neutral building", uno spazio ibrido concepito come un “contenitore” versatile con tante funzioni, capace di adattarsi ai cambiamenti nel tempo. Abbiamo bisogno di edifici flessibili, ma questo non significa che perdono l'identità e il carattere dell’edificio stesso.
Il concetto di spazio ibrido si oppone alla rigidità delle tipologie architettoniche tradizionali. Si tratta di ambienti che combinano funzioni diverse e che, grazie alla loro flessibilità, possono trasformarsi rispondendo a esigenze contingenti o future. Uno spazio ibrido ha successo quando riesce a passare tra diversi usi, ognuno dei quali valorizza il luogo.
Si prenda ad esempio il progetto The Shed, a firma di Diller Scofidio + Renfro, che può evolversi da destinazione culturale a centro musicale, contribuendo a ridefinire il significato di edifici e luoghi pubblici. Questo sottolinea come gli spazi ibridi non sono solo un mix di funzioni, ma sono veri e propri contenitori di senso, capaci di adattarsi e di evolversi nel tempo, creando nuove narrazioni urbane e sociali.
Gli spazi ibridi sono sempre esistiti, specialmente in Europa: piazze e spazi aperti rappresentano spesso lo spazio pubblico più vibrante nelle nostre città. La progettazione di spazi ibridi ha infatti un forte impatto sociale, poiché favorisce l’inclusione, la partecipazione e la co-creazione. L’approccio partecipativo, che coinvolge attori locali, associazioni e comunità, permette di creare ambienti che si inseriscono organicamente nel tessuto urbano.

L’autenticità, nel contesto architettonico, non si riduce alla mera conservazione di elementi storici o alla riproposizione di stili passati, ma si configura piuttosto come un processo dinamico, che si realizza quando un edificio riceve energia, idee e vitalità dalle persone che lo vivono, dal contesto in cui si inserisce e dalla sua capacità di adattarsi nel tempo. La città di Venezia potrebbe essere considerata un esempio emblematico, in quanto mostra come un tessuto urbano ibrido, con spazi commerciali, residenze e canali navigabili, esprima un'autenticità fatta di continuità e di relazione profonda con il suo ambiente naturale e storico.
L’autenticità si traduce anche nel DNA di un edificio e nella sua capacità di dialogare con le proprie funzioni future. Edifici che possono evolversi senza perdere il loro carattere e la loro identità, ma capaci di rispondere alle sfide della sostenibilità e del mutamento sociale. L’autenticità si fonda anche sull’esperienza sensoriale e sulla capacità di un edificio di generare atmosfera. Un luogo deve essere “vissuto” ed "esperito", non solo osservato. L’atmosfera viene intesa come qualcosa che non può essere quantificata, ma è il modo in cui le persone si incontrano con l’edificio o con il progetto. Quando le persone amano un progetto, questo può vivere.
>>> Scopri la conferenza inaugurale di Perspective EU 2025 a cura di Marion Weiss e Michael Manfredi
Photography by Fabio Delfino